21 gennaio 2015

PROCESSO MORI Randazzo: “Non ho visto nessuno che scappava. Non ho fatto nessuna perquisizione” (a Terme Vigliatore - Messina)

Mario Mori


PROCESSO MORI 

di Aaron Pettinari e Lorenzo Baldo - 19 gennaio 2015 

In un crescendo di “non so” e “non ricordo” l’appuntato scelto dei Carabinieri Francesco Randazzo  ha fornito la sua versione dei fatti di quel 6 aprile 1993. Ma sono soprattutto le sue negazioni a tenere banco. Riferendosi al momento della fuga a piedi di Fortunato Imbesi ha specificato di non avere visto la scena in quanto sarebbe rimasto “molto indietro” e quindi di non sapere quante persone hanno sparato. “Non ho visto nessuno che scappava, non ho sentito i colpi”, ha evidenziato il teste. Ad una domanda diretta del Pg Patronaggio Randazzo ha risposto in maniera altrettanto esplicita: “Io non ho fatto nessuna perquisizione, la firma sul verbale non è mia. Pinuccio Calvi lo conosco, ma non so se Calvi ha fatto questa perquisizione”. “Riconosce la firma di Calvi?”, ha chiesto quindi Patronaggio mostrando il relativo verbale dei Carabinieri. “Non la riconosco”, è stata la risposta laconica dell’appuntato scelto. “Questo inseguimento è durato poco – ha proseguito – perché la macchina andò a sbattere e si fermò vicino ai binari. Quel giorno non avevo indicazioni specifiche. Non ricordo se partivo da Palermo verso Messina o al contrario…”. Alla domanda su quale arma disponesse quel giorno l’appuntato ha riferito di avere avuto la pistola di ordinanza. “Non ho visto nessuno con l’M12”. “Sapeva del sospetto investigativo della presenza di Santapaola a Terme Vigliatore?”, ha chiesto ancora il Pg. “Assolutamente no”, ha concluso Randazzo.



Il Cc Mauro Olivieri: “A Terme Vigliatore per Santapaola? Non lo so” 
Capitano Ultimo - Santapaola
Dopo la famiglia Imbesi al processo Mori-Obinu è il turno dei componenti dei carabinieri che presero parte alle operazioni di inseguimento di Fortunato Imbesi il 6 aprile del 1993. A rispondere alle domande del pg Patronaggio è Mauro Olivieri, oggi appuntato dei Carabinieri al Noe di Milano e all’epoca dei fatti membro del Ros. “Ho svolto indagini a Barcellona Pozzo di Gotto e Terme Vigliatore. Il 6 aprile 1993 è stato fermato un soggetto che si pensava fosse un latitante. Mi trovavo nella zona di Palermo, mi viene detto di andare verso Messina che poi sarei stato contattato. Ero da solo. Prima di arrivare a Terme Vigliatore ho fatto controlli via radio per contattare dei colleghi. Poi un collega mi ha detto di rimanere in zona a Barcellona Pozzo di Gotto e resto in attesa. A un certo punto il collega Mangano comunica via radio, non so a chi, che c’era una persona che poteva essere un latitante. Non era la prima volta che mi trovavo lì. Tante volte bisognava fare degli accertamenti”. “Ad un certo punto - prosegue - Mangano mi disse di aspettare lì e diceva di aver visto una persona che somigliava a un latitante. Cerco di arrivare sul posto che mi avevano indicato e vedo dei colleghi che stanno per fermare una macchina, ho visto che hanno tirato fuori la paletta e il tesserino, in un primo momento sembrava che la macchina si era fermata poi ha proseguito”. E’ a quel punto che il Pg Patronaggio ha chiesto con decisione se in quell’azione i loro mezzi vennero speronati o meno. “Speronato, fatto una manovra. Certo non è che fossimo stati presi e buttati chissà dove certo era un’azione per uscire tra le auto che l’avevano fermato”. Il pg ha quindi chiesto se in quei frangenti fossero stati esplosi colpi d’arma da fuoco. 
“Non lo so se mi chiede quanti proiettili sono stati esplosi non so dirlo” ha detto Olivieri. E Patronaggio: “Non le ho chiesto quanti colpi, ma se sono stati esplosi”. Ancora l’ufficiale dell’arma: “Non lo so, io no…”. 
Il teste ha confermato che a gestire quell’operazione era il capitano De Caprio, alias Ultimo, mentre ha dichiarato di non aver visto in quei giorni De Donno. “A me nessuno aveva detto quello che dovevamo fare - ha aggiunto - Non so se quel giorno si dovesse catturare Santapaola o Aglieri. Di Aglieri avevamo le foto segnaletiche”. Vedendo sullo schermo la foto del giovane Imbesi ha poi ammesso: “E’ un po’ diverso dal ragazzo che abbiamo fermato”. 

Sebastiana Pettineo: “Il giorno della perquisizione ero spaventata e sbalordita” 
Ultimo teste della famiglia Imbesi a salire sul banco dei testimoni è la moglie di Mario Imbesi, Sebastiana Pettineo. Anche lei ha raccontato gli attimi drammatici della perquisizione alla villa avvenuta il 6 aprile 1993. “Mi trovavo a passare vicino ad una finestra - ha detto rispondendo alle domande del Pg - ho visto delle persone sotto, sul lato mare, subito ho chiamato mio marito, ho visto una persona a terra e qualcuno armato che gli inveiva contro. Gli ho detto ‘sta succedendo qualcosa chiamiamo qualcuno’”. Poi ha aggiunto: “Ho detto a mio marito di non andare fuori. Mentre mio marito andava verso il portone io sono andata al telefono a chiamare i carabinieri. Contemporaneamente mio marito è andato fuori ed è stato messo a terra da un uomo con un’arma che gli intimava qualcosa. C’erano alcuni uomini, avevano dei mitra. Subito dopo sono entrati in casa e uno si è diretto al primo piano, io sono andata dietro a lui perché avevo la bambina che dormiva. Quando ho chiesto cosa stesse succedendo nessuno mi ha risposto. Non hanno controllato le armi perché stavano in una stanza blindata, non sono entrati lì, sono andati direttamente al primo piano”. La moglie dell’imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto ha poi riferito in merito all’inseguimento del figlio: “Mio figlio era uscito da casa pochissimo tempo prima. Ero molto confusa, spaventata, sbalordita. Io sono accorsa alla caserma dei carabinieri di Terme Vigliatore quando sono venute delle persone a dirmi che mio figlio stava bene. Quando sono arrivata nessuno mi ha spiegato cosa stava succedendo, nemmeno il magistrato Olindo Canali, mio figlio era in una stanza della caserma non so con chi”. 

Concetto Carmelo Imbesi: “Dopo la perquisizione e l’insegumento in caserma clima teso”
“All’interno della caserma ricordo che c’era un clima molto teso, non capivo e neanche oggi capsico la tensione che c’era. Avevano fatto un errore madornale”. Sul banco dei testimoni al processo Mori-Obinu c’è Concetto Carmelo Imbesi, cugino dell’imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto, che il 6 aprile 1993 visse in prima persona la perquisizione nella villa di quest’ultimo a Terme Vigliatore. Il suo è un racconto drammatico: “Andai a casa di mio cugino, scesi dalla macchina e mi avvicinai alla casa, fuori dalla villa, un signore mi buttò a terra e si mise a carponi sopra di me, insultando me, mia moglie, i miei figli, cose vergognose, gridando ‘come ti chiami?’ continuava a darmi colpi sui fianchi con la canna della pistola. Io ero con l’autista Gaetano Bucalo e anche a lui non sono state risparmiate parolacce, insulti, lo hanno buttato per terra. Siamo entrati nella villa, c’eano 5 – 6 persone con le pistole in pugno e qualche mitragliatrice di quelle piccole. Hanno fatto un po’ di tutto, spostavano cose… poi sono arrivate le voci che avevano sparato al figlio di mio cugino”. In merito all’inseguimento ha aggiunto: “Si cominciò a dire che mio cugino era vivo per miracolo. Venne fermato a circa 1km dalla villa. Hanno sparato incuranti di chi colpivano. Poi hanno cominciato a uscire fuori dei telefonini e parlavano tra di loro”. Di quanto avvenuto il teste avrebbe voluto riferire al pm Olindo Canali: “Lo vidi all’interno della caserma di Terme Vigliatore - ha riferito il membro della famiglia Imbesi - avevano cominciato ad interrogare. Appena l’ho visto gli ho detto ‘vorrei denunciare qualcosa che mi è successo’ e lui mi ha detto di preparare un esposto da portare il giorno successivo in procura. All’interno della caserma c’era un clima molto teso, non capivo e neanche oggi capivo la tensione che c’era. Avevano fatto un errore madornale, quel ragazzo non poteva essere Aglieri”. 
De Donno - Mori
Fortunato Imbesi: “Canali mi disse, auguri sei arrivato ad oggi” 
“Alla caserma vidi il pm Olindo Canali che mi disse 'auguri sei arrivato ad oggi'”. A dirlo è Fortunato Imbesi, teste al processo Mori – Obinu, giunto in appello. “Alla caserma dei carabinieri di Terme Vigliatore arrivai da solo ma in quel momento non c'era nessuno in quanto il piantone si era recato alla villa di mio padre dove contemporaneamente c'era una perquisizione” ha raccontato rispondendo alle domande del pg Patronaggio. Durante il controesame dell’avvocato di Mori ed Obinu, Basilio Milio, Imbesi è tornato a parlare dell’inseguimento: “Ricordo che non vennero fatte sgommate particolari. C’erano i lavori in corso lungo la statale e quando vidi le due auto superarmi e le pistole pensai ad una sparatoria tra malviventi. Poi capì che cercavano me. Nei primi 80 metri sentii i primi colpi di arma da fuoco”. Ad una richiesta di specificazione del Pg in merito ad un verbale redatto dal capitano Sergio De Caprio, alias Ultimo, in cui si faceva riferimento ad un urto tra l’auto di Imbesi e quella dei carabinieri del Ros il teste ha aggiunto: “Quella ricostruzione non è vera. Con la macchina non ho urtato nessuno. La mia macchina non presenta ammaccature e la via di fuga era libera”.

Fortunato Imbesi racconta la fuga: “Nessuno mi mostrò tesserino e paletta” 
“Prima di oggi mai sentito dall’autorità giudiziaria” “E’ la prima volta che vengo sentito dall’autorità giudiziaria e mai sono state fatte perizie balistiche sulle armi usate dai carabinieri o sulla mia auto”. A parlare è Fortunato Imbesi, il figlio dell’imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto, Mario Imbesi, ai giudici della corte d’appello di Palermo, che stanno processando Mario Mori e Mauro Obinu per il mancato arresto di Bernardo Provenzano a Mezzojuso nel 1995. Imbesi sta raccontando l’inseguimento avvenuto nel 1993 lungo la statale che collega Messina con Barcellona Pozzo di Gotto quando Sergio De Caprio, alias il capitano Ultimo, disse di averlo scambiato Pietro Aglieri, il boss mafioso latitante. “Mi stavo dirigendo verso Barcellona Pozzo di Gotto ad un certo punto rallento e mi stringo sulla destra vedendo delle vetture che sopraggiungevano ad alta velocità. Da una di queste lo sportello era aperto e sporgeva una pistola - prosegue rivolgendosi alla Corte - Erano frazioni di secondo. Sono stato superato da un’ulteriore macchina con pistola in mano. Sulla destra c’era un rifornimento. Io pensavo che erano dei malviventi e volevo raggiungere la caserma dei carabinieri. Dopo pochi metri cominciai a sentire gli spari”. “La macchina venne colpita già sulla statale - prosegue il figlio dell’imprenditore raccontando quegli attimi drammatici - Ad un certo punto sento anche un signore che conoscevo, oggi morto, che mi gridava ‘scappa scappa’. Presi una strada sferrata per raggiungere la caserma dal retro. Le cinque vetture che mi inseguivano avevano difficoltà. Alcune dopo pochi metri si sono guastate. Una macchina rimase bloccata in prossimità del passaggio a livello. Ad un certo punto dallo specchietto vedo scendere un uomo sulla marciapiede e fa partire un colpo che raggiunge il parabrezza. Era in piedi, dietro la macchina. Io mi butto dall’auto e finisco sui rovi. Dopo un po’ arrivarono le macchine della Polizia di Stato. A quel punto quelli che mi inseguivano dissero ‘fermi fermi, colleghi, siamo carabinieri’. E poi ancora: “Quando andai in caserma mi misero in una stanza e quelli del Ros cercavano di convincermi che mi era stato mostrato distintivo e paletta ma non è stato così. Io non avevo motivi per non fermarmi”. “Non mi venne data alcuna spiegazione. Mi dissero soltanto c'è stato un errore. Tempo dopo sulla stampa appresi che mi avevano scambiato per il boss Pietro Aglieri”. 
Mario Salvatore Imbesi: “Ci stava per scappare il morto” 
“Quel giorno ci stava per scappare il morto perché pensavano che avessi avuto una rapina a seguito della segnalazione di una mia collaboratrice, chiamammo i carabinieri. Arrivò un appuntato armato e davvero per poco non ci scappava il morto. Poi loro si chiarirono.Ho capito che si trattava di persone dello Stato e non ho presentato nessuna denunzia, perché non si doveva mettere il coltello nella piaga”. Prosegue in aula la deposizione di Mario Salvatore Imbesi, l'imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto vittima nell'aprile del 1993 di un'irruzione in casa da parte di carabinieri in borghese. “Ricordo che il capitano De Caprio fece una relazione di servizio su quell'inseguimento a mio figlio. Quando ho bussato alla porta mi ha buttato fuori”. Il Pg Patronaggio ha poi chiesto di eventuali pressioni avute dal Ros e il teste ha aggiunto: “Mi dissero che ormai era successo e di non continuare. Io neanche sapevo che quando succedono queste cose si redige un verbale”. Il Pg ha poi mostrato il verbale di perquisizione redatto il 6 aprile del 1993 chiedendo se la descrizione inserita corrisponde o meno all'abitazione dell'imprenditore. “Nello studio c’è una botola che porta sotto dove custodivo le armi e non corrisponde a quello che c’è scritto in riferimento alle armi”. In aula è presente anche Sonia Alfano. 
“Entrarono in casa, pensammo ai malviventi ma erano carabinieri in borghese” 
Pg Roberto Scarpinato
“Mi stavo cambiando al piano superiore. Ad un certo punto sento mia moglie gridare. Quando scendo vedo mio cugino a terra ed un uomo in borghese sopra di lui che lo colpisce con un'arma e lo insulta”. E' il racconto drammatico di Mario Salvatore Imbesi, l'imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto che il 6 aprile 1993 ha subito una perquisizione nella sua villa a Terme Vigliatore. “C'erano quattro persone, poi mi dissero anche che avevano i mitra che al momento non ricordo – ha aggiunto rispondendo alle domande del Pg Patronaggio – Pensammo che si trattasse di un'aggressione malavitosa perché in precedenza il pm Olindo Canali mi aveva avvisato che la mafia barcellonese aveva deciso di ammazzare me o qualcuno della mia famiglia. Di questo erano stati informati anche i miei familiari. Durante l'irruzione questi carabinieri hanno fatto un giro della casa non approfondito. Ricordo uno alto con la barba che mi disse. Anche noi possiamo sbagliare”. Proseguendo nel proprio racconto l'imprenditore racconta anche della sparatoria che ha coinvolto il figlio. “Gli hanno sparato in un inseguimento. Nella relazione di servizio di De Caprio c'è scritto che partirono solo due colpi ma sulla macchina ce ne erano almeno cinque e poi tanti altri erano stati sparati. Mio figlio non venne fermato da nessuno. Nessuno gli aveva presentato un tesserino”. Durante la deposizione il pg Luigi Patronaggio ha anche mostrato una diapositiva con la strada e l'appartamento in cui avvenne l'irruzione a Terme Vigliatore. Ci sono indicati in un lato la casa di Imbesi e in altro lato, a pochissima distanza, il luogo in cui si trovava il boss Nitto Santapaola, che poi riuscì a scappare dopo la sparatoria. 

Mafia: processo Mori, in aula anche il Pg Scarpinato 
C'è anche il Procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, oltre al pg Luigi Patronaggio, all'udienza del processo d'appello a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nell'ottobre del 1995. Assenti i due imputati. Nell'udienza di oggi saranno sentiti diversi testi sul mancato arresto del boss Nitto Santapaola, nell'aprile del 1993. [fonte]
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