7 marzo 2015

Parla l’ex capo della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto – L’inchiesta sulla Trattativa, pentito D’Amico: “Cinà collegamento tra mafia e Stato”


di Miriam Cuccu 5 marzo 2015 

Si è già guadagnato una certa credibilità alla Procura di Messina, ma ora le parole del pentito Carmelo D’Amico puntano dritte al cuore della trattativa Stato-mafia. Le ultime rivelazioni dell’ex capo della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto, crocevia di poteri criminali e massonici, si riferiscono al periodo in cui D’Amico era in carcere: “Antonino Cinà, il medico di Totò Riina, fu usato come uomo di collegamento con ambienti delle istituzioni. Me lo disse Nino Rotolo”. 

Lo stesso boss che, parlando con Vincenzo Galatolo dell’Acquasanta (padre di Vito, il pentito che ha rivelato il piano per uccidere Nino Di Matteo) si aspettava “da un momento all’altro” la notizia della morte del magistrato. Nei giorni scorsi il collaboratore è stato interrogato dai pm del pool trattativa Di Matteo, Teresi e Tartaglia, insieme ai colleghi messinesi Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo. Proprio di fronte a questi ultimi D’Amico aveva già fornito dichiarazioni di notevole peso, rivelando intrecci tra la mafia e la politica barcellonese, ma anche svelando nuovi retroscena sull’omicidio del giornalista Beppe Alfano, che sarebbe stato ucciso non da Antonino Merlino, condannato definitivamente insieme al boss barcellonese Giuseppe Gullotti, ma da un altro soggetto. 

Ora, le ultime rivelazioni di D’Amico troverebbero riscontro nello stesso impianto accusatorio del pool palermitano che conduce il processo trattativa. Dove il “postino” Antonino Cinà è accusato di essere tra “gli autori immediati del delitto principale (insieme ai boss Riina, Provenzano, Brusca e Bagarella, ndr) in quanto hanno commesso, in tempi diversi, la condotta tipica di minaccia ad un Corpo Politico dello Stato”, mentre gli ex ufficiali Subranni, Mori, De Donno e gli ex politici Mannino e Dell’Utri sono accusati di essere i “consapevoli mediatori” fra i mafiosi e la parte sottoposta a ricatto. 

Cinà, medico di fiducia di Riina e Provenzano (il numero 164 nei pizzini di “Binnu”) viene arrestato per la prima volta nel 1993. Entra ed esce dal carcere fino al ’97, man mano che gli vengono contestate diverse imputazioni tra cui, oltre all’associazione di stampo mafioso aggravato e altri reati, l’accusa di estorsione. Torna in libertà nel 2003 e dopo l’arresto del boss Salvatore Biondino, il mandamento di San Lorenzo passa prima nelle mani di Salvatore Biondo poi di Salvatore Lo Piccolo, per poi arrivare in quelle di Cinà. 

Nel 2006 scatta l’operazione “Gotha” e Cinà viene arrestato per associazione mafiosa, insieme a Rotolo e Francesco Bonura, tutti e tre accusati di far parte di un ristretto direttorio di Cosa Nostra. Per questo il medico legato alla mafia, il 24 febbraio 2012, è stato condannato a 16 anni di reclusione per associazione mafiosa avendo assunto un ruolo dirigenziale nell’organizzazione. Il 19 maggio 2011, invece, viene condannato all’ergastolo per l’omicidio di Giovanni Bonanno (reggente del mandamento di Resuttana) vittima di lupara bianca l’11 gennaio 2006. Di Cinà parla anche Rosario Naimo, pentito ed ex boss di San Lorenzo. Con lui “ho sempre avuto un legame molto forte” ha detto davanti al pool trattativa, aggiungendo che “Cinà mi disse che era stato lui ad avere i contatti con i politici ai quali avanzare delle richieste tra cui l’eliminazione del 41bis”. Ora che un altro pentito ha parlato del ruolo di Cinà nei dialoghi intercorsi tra Stato e mafia, i pm Di Matteo, Del Bene, Teresi e Tartaglia stanno valutando se citare D’Amico al processo trattativa.



Processo trattativa Stato - mafia, il pm Nino Di Matteo chiede di sentire il pentito Carmelo D’Amico

5 marzo 2015 - di Aaron Pettinari 

Il collaboratore di giustizia di Barcellona Pozzo di Gotto Carmelo D’Amico, il pentito dell’Acquasanta Vito Galatolo, ed i funzionari del Dap Giuseppe Falcone (ex presidente del tribunale dei minorenni, tra i candidati a sostituire Amato alla direzione del Dap nel 1993 e poi superato nella “corsa” da Adalberto Capriotti), Giuseppe Miliano e Massimo Parisi. Questi i testi che l’accusa, rappresentata in aula dal pm Nino Di Matteo, ha richiesto di aggiungere all’elenco delle nuove prove.
Nino Di Matteo

Sul punto la Corte deciderà dopo aver ascoltato il parere degli avvocati difensori. Nel frattempo Di Matteo ha motivato il capitolato di prova in cui verrebbero sentiti i nuovi testimoni. Per quanto riguarda Carmelo D’Amico, “perché riferisca quanto a sua conoscenza e quanto ha appreso da altri affiliati a Cosa nostra in merito all’iniziativa di alcuni esponenti istituzionali nel 1992 di contattare Riina Salvatore e Provenzano Bernardo per verificare cosa l’organizzazione Cosa nostra volesse in cambio dell’abbandono della strategia intrapresa con i primi omicidi eccellenti”. Inoltre anche sul “ruolo in particolare di Ciancimino Vito e Cinà Antonino, sulle esistenza di documenti scritti contenenti richieste avanzate nell’interesse dell’organizzazione mafiosa, sulle coperture istituzionali della latitanza di Bernardo Provenzano. 

Sulla permanenza a Barcellona Pozzo di Gotto dell’allora latitante Benedetto Santapaola, sulla conoscenza e sul ruolo di Cattafi Rosario in merito alla latitanza di Santapaola a Barcellona”. Infine su “quanto appreso dal Rotolo nel corso del 2014 su conoscenza di ulteriori attentati nei confronti di magistrati”. Per quanto riguarda Vito Galatolo, il pentito che ha svelato i piani di morte nei confronti dello stesso Di Matteo, l’accusa ha chiesto di sentirlo “su quanto a sua eventuale conoscenza sui fatti in contestazione. Su i colloqui e rapporti intrattenuti con altri uomini d’onore nel 1992 anche con riferimento in preparazione di attentati e stragi. Sui rapporti della famiglia mafiosa di appartenenza e più in generale del mandamento mafiosi di Resuttana con esponenti dei servizi di sicurezza anche nel periodo delle stragi. 

E poi su quanto a sua diretta conoscenza su preparazione di attentati nei confronti di magistrati nel corso degli anni dal 2012 in poi, E in particolare sulle motivazioni allo stesso prospettati di tali progetti”. Per quanto riguarda l’ex Dap Giuseppe Falcone con riferimento al suo “ruolo interno del Dap e ancor più nello specifico alle proposte avute nel corso del 1993 di assumere incarico di direttore o vice direttore del suddetto dipartimento”. Infine, per quanto riguarda Giuseppe Milano e Massimo Parisi, entrambi già in servizio presso il carcere “Opera” di Milano, “per riferire entrambi quanto a loro conoscenza nella qualità di funzionari dell’amministrazione penitenziaria all’epoca in servizio presso il carcere di Milano Opera sulle visite del dottor Di Maggio al direttore del carcere nel periodo in cui presso in quella struttura era detenuto Cattafi Rosario”. Miliano, che nel frattempo è diventato magistrato, ha chiesto di parlare con la Procura di Palermo nel dicembre 2014. Il processo è stato quindi rinviato al 19 marzo, quando dovrebbero essere sentiti i testimoni Mastropietro e Canale. [fonte]

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