20 aprile 2015

Messina, L’operazione Antimafia Gotha V: Ecco chi Sono I rampolli emergenti tra estorsioni e Discoteche a Milazzo. La Storia Del Pizzo che si tramandava da Boss a Boss. “Siamo Barcellonesi”


20 APRILE LEONARDO ORLANDO

Estorsioni per ogni stagione. C’è stato un imprenditore di Terme Vigliatore, Rosario Presti, amministratore unico della “Presti srl”, società fondata nel 1998 e operante nel settore dei lavori pubblici, che ha pagato il “dazio” ai boss e ai gregari che nel tempo si sono succeduti ai vertici della cellula mafiosa dei Mazzarroti, che aveva ed ha ancora il timone del comando su Terme Vigliatore. 

L’imprenditore messo di fronte agli elementi acquisiti dagli inquirenti, dopo oltre 15 anni ha deciso di raccontare che nel 2000 era stato avvicinato dal boss Mimmo Tramontana, il quale gli intimava il pagamento all’ organizzazione criminale di una percentuale pari al 2 per cento di ogni lavoro ottenuto in appalto. E così per l’uomo è iniziata una strada senza ritorno. Ad ogni cambio di comando c’era un nuovo esattore pronto a riscuotere le rate del pizzo: all’inizio fu Mimmo Tramontana che dal 2000 fino alla sua morte incassò dall’imprenditore 92 mila euro; assassinato Tramontana lo stesso imprenditore avendo subito l’incendio di due mezzi meccanici si rivolse a Nunziato Siracusa e pagò sempre il 2 per cento consegnando 41 mila euro; finito in carcere Siracusa subentra Agostino Campisi che riesce a farsi consegnare 92 mila euro; poi arriva il nuovo capo dei Mazzarroti Tindaro Calabrese e la posta si alza, tanto che la somma tocca quota 188 mila euro; con l’arresto di Calabrese subentrano Maurizio Trifirò e Ignazio Artino che ottengono dall’imprenditore 25 mila euro. In tutti questi anni mai una denuncia. La scoperta e le ammissioni della vittima solo dopo le rivelazioni dei collaboratori di giustizia. 

Sul versante di Barcellona invece i “rampolli” dei boss cercano di far valere il nome del “casato” per entrare gratis in discoteca e non disdegnano, pur di intimorire le vittime, di minacciare ed aggredite persino gli addetti al servizio d’ordine. A distinguersi in questa singolare attività estorsiva Giuseppe “Peppe” Ofria, figlio del boss Salvatore Ofria, che assieme ai suoi sodali, Marco Chiofalo, Franco Munafò e Antonino Genovese, costringeva Giovanni Alessi, socio e responsabile della discoteca “Dalì” ex “Babilon” di Milazzo, a consentire loro, nonché a numerosi altri soggetti allo stato non identificati, il sistematico ingresso gratuito in quel locale in occasione delle serate di apertura, nonché di avvalersi di consumazioni gratuite al bar, ricorrendo a svariate condotte minacciose, esplicite ed implicite. La vittima, dopo aver affittato il locale per la serata di fine anno del 2013, ha cominciato ad avere problemi già dalla serata danzante del successivo 5 gennaio 2014. L’imprenditore ed i suoi collaboratori riferivano delle intimidazioni subite dal gruppo capeggiato da Giuseppe Ofria, che in virtù del nome che portava intimidiva persino i buttafuori. La storia si ripeteva ogni fine settimana, pretendendo di entrare nel locale in modo “forzoso”, senza alcun invito e senza pagare alcun biglietto: “Siamo barcellonesi”. Altra estorsione ad un locale pubblico, è stata quella commessa da Salvatore Calcò Labbruzzo e Santo Gullo, i quali all’inizio dal 1999 e fino al dicembre 2010 avrebbero imposto il pizzo nei confronti del titolare del locale “La Rosa dei Venti”, sito in Campogrande di Tripi, tale Cosimo Cautela. Fu lo stesso Gullo a collocare una bottiglia incendiaria dinanzi al locale. A seguito di tale gesto – come racconta il pentito – “veniva intrapresa una negoziazione per il tramite di Salvatore Ruvolo, cognato del capo mafia Giuseppe Gullotti. Dopo un po’ di tempo lo stesso Ruvolo, il quale era solito frequentare quel posto dove andava a mangiare”, sarebbe stato pattuito un versamento 3 milioni di vecchie lire per Natale e Ferragosto. “Avevamo deciso – racconta Gullo – di chiedere cinque milioni ma alla fine Salvatore Ruvolo riuscì a spuntare la minore somma di tre milioni”.  

MESSINA, L’OPERAZIONE ANTIMAFIA GOTHA V – IL PERSONAGGIO. ANGELO BUCOLO, L’ ESATTORE: Dipendente della Edera Ambiente, la società che gestisce la discarica. E fratello dell’attuale sindaco di Mazzarrà 


C’è un personaggio che primeggia sul gruppo dei Mazzarroti. Si tratta di Angelo Bucolo, dipendente della Edera Ambiente, la società che gestisce grazie ad un ricco ed esclusivo contratto siglato con TirrenoAmbiente la discarica di Mazzarrà. Su Angelo Bucolo, fratello dell’attuale sindaco di Mazzarrà la cosca “contava” per ristabilire i pagamenti delle tangenti che si erano interrotti con l’uccisione di Ignazio Artino che riscuoteva mensilmente una cifra di 10 mila euro. A dare una peculiare connotazione ad Angelo Bucolo, inteso “Sciuscia”, è stato il pentito Salvatore Anino, (figlio maggiore di Ignazio, uno dei boss storici di Mazzarrà), che dopo la morte del padre, fallito a seguito del suo arresto il tentativo di una vendetta -, ha deciso di collaborare con la giustizia cominciando da subito ad indicare Bucolo “come uno dei componenti storici del gruppo mafioso del Mazzaroti”. Artino indica Angelo Bucalo, Giovanni Pino, Peppe Cammisa, Maurizio Trifirò, Roberto Martorana, Massimo Giardina, Carmelo Perrone, come affiliati al gruppo di Tindaro Calabrese. “Costoro – aggiunge il pentito – dopo l’arresto di Calabrese, sono entrati nel gruppo di mio padre Artino Ignazio”. Sempre dal padre Salvatore Artino aveva appreso che “Angelo Bucolo aveva partecipato all’omicidio di Rottino Antonino, accompagnando sul luogo del delitto gli esecutori materiali del delitto, ossia Munafò Aldo Nicola e lo stesso Artino Ignazio, nonché curando di depistare le indagini facendo circolare nelle medesime circostanze di tempo e di luogo l’automobile del Munafò”, che poi fu arrestato e condannato per quel delitto. L’uccisione di Ignazio Artino ad opera di Salvatore Campisi e Carmelo Maio avrebbe portato – sempre secondo il racconto fatto dal pentito -, lo stesso Angelo Bucolo, insieme a Carmelo Perroni, a “reggere” la cellula criminosa dei Mazzaroti, raccogliendo “intorno a sé i membri della congrega ancora in stato di libertà”. Angelo Bucolo per portare a termine l’aggregazione, fin dal giugno del 2011, si sarebbe avvalso del suoi compagni di lavoro Giovanni Pino e Giuseppe Cammisa, e di un marocchino di nome Miloud Essaoula. 
LEONARDO ORLANDO  - GAZZETTA DEL SUD
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