20 aprile 2015

PROCESSO TRATTATIVA, IL PENTITO di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) CARMELO D’AMICO. “Per i nomi che farò oggi cercheranno di togliermi di mezzo. Come volevano fare con Di Matteo e Ingroia”. E parla di Cattafi: “Era a capo di una loggia massonica con il senatore Nania e vi apparteneva anche Dell’Utri”

20 aprile 2015 di Lorenzo Baldo ed Aaron Pettinari 

Il pentito parla anche di Berlusconi: “Con lui Cosa nostra ha investito un sacco di soldi”. “Tra i politici che hanno fatto accordi con Cosa nostra ci sono anche Angelino Alfano e Renato Schifani, che sono stati eletti con i voti della mafia”. Lo ha detto il pentito messinese Carmelo D’Amico deponendo al processo sulla trattativa Stato-mafia. D’Amico ha detto di avere appreso la circostanza in carcere. “Alfano – ha aggiunto – lo aveva portato la mafia, ma lui poi le ha girato le spalle, l’unica cosa buona che avevano fatto era quella di aver delegittimato i collaboratori di giustizia. Tutte queste cose me le hanno dette Nino Rotolo e Vincenzo Galatolo”. 


Il collaboratore di giustizia ha anche aggiunto: “Forza Italia è nata perché l’hanno voluta i Servizi segreti, Riina e Provenzano per governare l’Italia. Berlusconi era una pedina di Dell’Utri, Riina, Provenzano e dei Servizi. 

Ci arrivò un’ambasciata da Palermo e da Catania. In un primo momento, per quanto riguarda Berlusconi, ci dovevamo far saltare i ripetitori della tv. Poi venimmo stoppati perché avevano sistemato questa cosa dell’estorsione con Berlusconi tramite Dell’Utri. Dopo l’estorsione che non è andata più avanti, Cosa nostra ha investito un sacco di soldi con Berlusconi”. 

D’Amico, infine, ha rivelato che in carcere i boss votarono tutti Forza Italia. Sempre secondo il pentito la campagna di delegittimazione contro i pentiti venne fatta anche da Mannino che “aveva l’accordo con Cosa nostra. Anche altri politici hanno fatto accordi”. In merito ai rapporti con i servizi segreti, su domanda del presidente Montalto, D’Amico ha riferito di non averne mai avuti direttamente. “Questi rapporti – ha aggiunto – li aveva Cinà, Dell’Utri e quant’altro. Anche con Galatolo ne abbiamo parlato di queste cose e lui le sapeva. Sapeva che i servizi avevano stabilito che insieme a Cosa Nostra si doveva uccidere il dottr Di Matteo”. 

Infine ha aggiunto: “Vorrei precisare che Rotolo se non era in carcere era il capo di Cosa Nostra, era il dopo Provenzano”.

Ultimate queste dichiarazioni le difese, escluso l’avvocato di Mancino, Khrogh, hanno richiesto il rinvio del controesame. L’udienza è stata quindi rinviata al prossimo 7 maggio quando, come da programma, sarà sentito il pentito Vito Galatolo, mentre all’udienza successiva, quella del quindici, si potrebbe procedere con il controesame di D’Amico una volta che saranno completate le trascrizioni dell’udienza odierna. 

D’Amico parla di Cattafi: “Era a capo di una loggia massonica e vi apparteneva anche Dell’Utri”. “Mi è stato detto che Rosario Pio Cattafi ed il senatore Nania erano a capo di una loggia massonica cui facevano parte uomini d’onore, politici ed avvocati. A questa apparteneva anche Dell’Utri, me lo disse Rotolo ed altri uomini d’onore”. A riferirlo in aula è il pentito Carmelo D’Amico, interrogato quest’oggi al processo trattativa Stato-mafia. Su Cattafi ha aggiunto: “Ne ho sentito parlare da tanti affiliati, era un buon amico nostro. Cattafi mi è stato presentato come uomo d’onore. Me lo disse Sem Di Salvo, il mio padrino. Quella loggia massonica operava in tutta la Sicilia e Calabria. Di questa cosa ne abbiamo parlato anche con Rotolo il quale mi disse che chi era in Cosa nostra non poteva entrare nella massoneria ma che erano state fatte eccezioni e che tanti uomini d’onore partecipavano alle logge massoniche. Questa era una loggia massonica occulta”. 

Rispondendo alle domande dei pm D’Amico ha anche parlato della latitanza di Nitto Santapaola: “Si nascondeva a Terme Vigliatore Lo avevo saputo prima dell’omicidio Iannello, verso la metà del ’92, io avevo portato delle armi per questo omicidio. Mi chiama Sem Di Salvo e dobbiamo fare questo duplice omicidio. Abbiamo appuntamento vicino a BarcellonaPG, mi viene consegnata una macchina della Siciliana Gas e mi vengono consegnate tre pistole. Io mi metto a bordo di questa Fiat uno bianca e andiamo a casa di Mimmo Orifici a Marchesana, io avevo un’altra pistola, entro in casa c’era Gullotti Giuseppe e due catanesi, io consegno loro le tre armi e poi mi chiedono se ne avevo un’altra, io gli do la mia. Quando ce ne siamo andati Sem Di Salvo mi ha detto che in quella casa c’era Nitto Santapaola ma lui non si era fatto vedere da me”. Secondo il pentito il luogo in cui Santapaola si nascondeva era noto anche da Cattafi: “Quando Gullotti e Di salvo mi hanno dato l’incarico di uccidere Cattafi era perché aveva a fatto arrestare Santapaola e lui sapeva del luogo dove era stato Santapaola. L’ho seguito per due giorni, ma non sono riuscito a ucciderlo, l’ho pedinato, poi arrivò l’ambaciata di revoca dell’incarico di uccidere Cattafi. Gullotti mi disse che Cattafi non c’entrava nella cattura di Santapaola ma era colpa di Angelo Ferro. Ed io ho ucciso Ferro”. 

D’Amico: “Pensavano di incaricare anche me per uccidere Di Matteo”. 
“Di Matteo ne parlavano spesso e volentieri quando si parlava del processo sulla trattativa con Nino Rotolo e Vincenzo Galatolo. Io dovevo anche uscire dal carcere e si parlava di delegare me per portare avanti questa cosa di uccidere Di Matteo”. 

A raccontare il particolare per la prima volta è il pentito di Barcellona Pozzo di Gotto, Carmelo D’Amico rispondendo alle domande del pm Roberto Tartaglia sulle notizie ricevute in carcere sull’attentato nei confronti del pm palermitano. “Era stabilito che il dottor Di Matteo doveva morire – ha aggiunto – Rotolo mi ha raccontato che i servizi segreti volevano morto prima il dottor Ingroia, poi non ci sono riusciti. Per questa cosa avevano mandato l’ambasciata a Provenzano, ma Provenzano non voleva più le bombe, quindi Ingroia e Di Matteo dovevano morire con un agguato e non con le bombe. 


Questa condanna a morte di Di Matteo la voleva sia Cosa Nostra che i Servizi perché il dottor Di Matteo stava arrivando a svelare i rapporti dei Servizi dai tempi di Falcone. 

Di questi fatti io ho fatto da tramite con il Vincenzo Galatolo e quando si parlava del dott. Di Matteo mi diceva che se ne doveva andare. Io dovevo uscire da lì a poco dal carcere e si parlava di delegare me per portare avanti questa cosa, andando da Sansone”. 


Sul motivo per cui solo oggi ha raccontato questo particolare della delega il pentito ha ribadito di aver avuto timore per la sua famiglia e per quello che i servizi possono fare”. 

Mentre parlavano in codice tra loro, Galatolo e Rotolo definirono Di Matteo come “un cane randagio”. “Inizialmente non l’hanno mai chiamato per nome – ha detto D’Amico – poi io chiesi a Rotolo di chi parlavano e lui mi rispose che si trattata di Di Matteo e che aspettavano da un momento all’altro di sentire la notizia che era stato ucciso”. 

Alla domanda su quali fossero i canali di informazione di Rotolo e Galatolo il collaboratore di giustizia ha risposto con fermezza. “Tramite gli avvocati, Rotolo era a conoscenza di tutto sull’evolversi di questo progetto”. 

Processo trattativa, D’Amico: “I Servizi segreti fecero sparire dal covo di Riina un codice di comunicazione”. 
“Rotolo mi disse che i servizi avevano fatto sparire dal covo di Riina un codice di comunicazione che aveva Riina per far comunicare i suoi uomini con i politici e i servizi segreti”. A raccontarlo in aula al processo trattativa Stato-mafia è Carmelo D’Amico, pentito di Barcellona Pozzo di Gotto, a cui è dedicato quest’oggi l’udienza. Sulla cattura del Capo dei capi il collaboratore di giustizia ha aggiunto che “Rotolo e Vincenzo Galatolo avevano perso quella grande fiducia in Provenzano per la cattura di Riina, c’erano solo dubbi. Anche per il fatto che si era fatto convincere da Salvatore Lo Piccolo di far tornare gli scappati a Palermo dall’America”. 

Inoltre l’ex killer barcellonese ha aggiunto anche dichiarazioni sulla latitanza di Provenzano: “Rotolo mi disse anche che Provenzano era protetto dal Ros e dai Servizi e non si è mai spostato da Palermo. Provenzano si è spostato da Palermo solo per il tumore alla prostata per andare a operarsi in Francia”. 

A questo punto il pm Di Matteo, ricorda che in un verbale d’interrogatorio precedente disse che “era coperto dalle istituzioni e dalle forze armate dello Stato” e che non sapeva se “era Ros, polizia o altro”. Così D’Amico ha spiegato: “Non ho detto specificatamente quel giorno perché avevo paura solo di nominare i servizi segreti. Sono personaggi molto potenti che possono arrivare dappertutto. 

Il Rotolo mi disse che a coprire la latitanza di Provenzano erano stati il Ros e i servizi segreti. Quelli che gestiscono la politica sono i servizi segreti. Al mio interrogatorio non ho fatto quei nomi perché avevo solo paura. Per quanto riguarda il Ros avevano avuto un ruolo nella trattativa, ma non so il ruolo, mi ha detto Rotolo… e che coprivano la latitanza di Provenzano”. 

Tornando a parlare della trattativa D’Amico ha specificato quello che era stato il ruolo di Cinà: “Era lui a portare l’ambasciata di Ciancimino a Riina e Provenzano ed a sua volta la risposta di Riina e Provenzano a Ciancimino. Provenzano non si incontrava quasi con nessuno. Si incontrava con Cinà. Da quello che mi ha detto Rotolo Ciancimino jr aveva detto delle bugie sul fatto che Provenzano era andato a casa di Ciancimino. Ma non era così. I servizi Segreti hanno portato Mancino e Martelli da Ciancimino con l’aiuto dei pezzi da 90 del Ros e della Questura”. 

D’Amico: “I servizi segreti hanno portato i politici a fare questa trattativa”. 
Per la prima volta il pentito fa i nomi di Dell’Utri, Mancino, Ciancimino, Andreotti e Martelli. “Il ministro Martelli e il ministro Mancino dovevano mettersi in contatto con Vito Ciancimino, contattare cosa Nostra. Questa è la trattativa. I servizi segreti hanno portati questi politici a fare questa trattativa e hanno indirizzato il senatore Dell’Utri che ha fatto il doppio gioco. Con altri politici si sono rivolti a Ciancimino per sistemare per non fare più queste stragi e arrivare a un compromesso”. 

A fare i nomi dei politici per la prima volta in aula è Carmelo D’Amico che, rispondendo alle domande del pm Antonino Di Matteo, ha aggiunto: “Rotolo mi ha parlato della strage di Capaci, anche noi abbiamo avuto un ruolo nella strage di Capaci. Rotolo mi disse che i mandanti erano Andreotti, altri politici e i servizi segreti che avevano incaricato il Riina a commettere questa strage, anche per l’omicidio di Borsellino. 

Perché Falcone era vicino a svelare i contatti tra Cosa Nostra, i servizi e questi politici. Questi volevano governare l’Italia”. Questi nomi di politici non erano mai stati riferiti prima e D’Amico ha spiegato alla Corte il motivo: “Mi spaventavo per quello che stava succedendo dopo i primi giorni della mia collaborazione. I servizi segreti sono capaci di fare qualsiasi cosa. Sono responsabili delle stragi in Sicilia. Riina è stato una pedina dei servizi segreti e della politica. Riina pensava di poter governare l’Italia e invece erano i servizi. Questo mi ha raccontato Rotolo. Siamo tutti in pericolo, lei (riferendosi a Di Matteo), io e tutti i presenti. 


Io non ho intenzione di suicidarmi se mi succede qualcosa qui in carcere. Se viene qualcuno che vuole parlare con me senza autorizzazione dei magistrati io non voglio parlare con nessuno. 

Brusca, Giuffrè e tutti i più grandi collaboratori di giustizia sanno che i mandanti sono i servizi segreti e la politica, ma hanno paura. I servizi faranno di tutti per distruggermi perché sto dicendo la verità su quello che hanno fatto in Italia”. “Mi ero riservato di fare i nomi perché ci dovevo riflettere – ha aggiunto – sono spaventato per quello che può succedermi, i Servizi e la politica hanno fatto una campagna di delegittimazione nei confronti dei pentiti. Centottanta giorni per dire tutto quello che si sa sono pochi, non si possono ricordare 25 anni di malaffare in quel tempo. Io ancora continuo a ricordarmi di nomi, non ho ancora chiuso il verbale illustrativo, io avevo bisogno di altri 180 giorni e questi politici ci sono riusciti a fare questa campagna di delegittimazione insieme a Cosa Nostra, insieme a tanti altri ministri di cui non voglio parlare perché se no mi rovinano”. 

D’Amico ha quindi spiegato di aver inviato la richiesta di essere sentito con urgenza il 4 aprile scorso per “integrare il verbale con queste dichiarazioni. Ma la mia famiglia è ancora a Barcellona”. A questo punto è intervenuto anche il presidente della Corte, Alfredo Montalto, che ha invitato il teste a non mantenere altre riserve, ma di dire tutto quello che sa. “Io dirò tutto quello che so, ma chiedo per la mia famiglia – ha risposto D’Amico – Se mi succede qualcosa a me io sono io, ma la mia famiglia no, deve essere super protetta”. E successivamente ha aggiunto: “Per la trattativa hanno preso parte anche pezzi da novanta del Ros e pezzi da novanta della Polizia. 

Per la trattativa Ciancimino si è rivolto al dottor Cinà che era l’ambasciatore di Riina e Provenzano. Riina non voleva Ciancimino perché diceva che era sbirro ma Provenzano lo ha convinto a fare questa trattativa. Temi delle richieste erano il 41 bis, la legge sul sequestro dei beni e altro. Abbiamo affrontato questo discorso dalle celle”. “Con Rotolo parlavamo a gesti e sussurandoci all’orecchio, temevamo di essere intercettati” Un dito verso il basso per parlare di Riina, uno verso l’alto per parlare di Provenzano, pronunciare una parola, ‘u dottore’, per parlare di Cinà. Erano questi alcuni dei mezzi utilizzati da D’Amico e Rotolo in carcere per comunicare. “I momenti erano quello della socialità oppure da cella a cella, parlando dalle finestre. 

Mi raccontò dei suoi omicidi, come quello di Stefano Bontade, ma Rotolo era uno informatissimo anche di oggi e sapeva tutto quello che succedeva all’esterno. Mi disse che Messina Denaro non è assolutamente il capo di Cosa nostra, non può essere un trapanese, deve essere un palermitano. Rotolo poteva leggere i giornali di Sicilia, La Sicilia, di Palermo”. E’ all’interno del carcere Opera di Milano, nonostante le restrizioni del carcere duro 41 bis, che si è consumata la pace tra Lo Piccolo ed il boss di Pagliarelli, Nino Rotolo. A raccontarlo è il collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico che fino al maggio 2014 svolgeva la socialità con lo stesso Rotolo, con il calabrese Giovanni Strangio e con il campano Vincenzo Aprea. “Io ero detenuto alla cella numero tre e a tre metri di fronte a me c’era la cella di Rotolo, poi in altre due celle c’erano Giovanni Letizia e Vincenzo Galatolo. Io colloquiavo con tutti loro”. In merito al suo rapporto con Rotolo l’ex killer barcellonese ha aggiunto: “Lui sapeva dei contatti che avevo con i Lo Piccolo. Dopo sette mesi siamo entrati in confidenza e abbiamo cominciato a dialogare senza avere problemi. Al secondo piano sopra di me c’era Sandro Lo Piccolo con cui io colloquiavo dalla finestra, mi hanno fatto un rapporto disciplinare per questo. 

Praticamente Rotolo mi raccontò che i carabinieri hanno fatto un’intercettazione dove Rotolo diceva di voler eliminare Salvatore Lo Piccolo e Lo Piccolo sapendo di questa intercettazione era passato al contrattacco, uccidendo una persona anziana a cui Rotolo teneva tantissimo. Rotolo aveva paura che i Lo Piccolo potessero eliminare altri esponenti della sua famiglia, aveva paura che gli uccidessero i figli”. “Successivamente – ha aggiunto – gli ho raccontato che noi eravamo stati a disposizione con i Lo Piccolo per questa guerra con Rotolo. Poi dalla finestra ho detto a Sandro Lo Piccolo che quell’intercettazione dei carabinieri era falsa e che non era vero che aveva detto quelle parole, che era stata manipolata e che non aveva niente contro di loro e che bisognava sistemare la cosa. Sandro Lo Piccolo mi disse che andava bene e di vedere questa cosa”. 

D’Amico: “Per i nomi che farò oggi cercheranno di togliermi di mezzo. Come volevano fare con Di Matteo e Ingroia”. 
“I nomi che farò oggi sono capaci di arrivare dappertutto, nelle carceri, ad uccidere le persone senza che nessuno ne sappia niente, simulando suicidi, sia in carcere, sia fuori. Questi soggetti sono molto potenti, sono loro che dirigono la politica in Italia, cercheranno di togliermi di mezzo, come volevano fare con lei (riferito a Di Matteo) e con il dottor Ingroia”. 

A dirlo è l’ex killer barcellonese Carmelo D’Amico, teste quest’oggi al processo trattativa Stato-mafia. D’Amico, rispondendo alle domande del pm, ha spiegato il motivo per cui ha iniziato la propria collaborazione nel luglio 2014. “Ero al carcere di Opera. Le motivazioni sono state perché volevo cambiare vita sia per me che per la mia famiglia. Poi c’è stato il Papa che ha scomunicato tutti i mafiosi e questo fatto mi ha colpito tantissimo. 

Ho avuto un po’ paura mi sono riservato su alcune cose, perché dopo 4 giorni che ho iniziato a collaborare uscivano articoli sui giornali e la mia famiglia era ancora a Barcellona. Ero a Catania nel carcere Bicocca dove avevano indagato gli ispettori e tante guardie colluse con la mafia, erano successe cose stranissime, mi dicevano che ero in pericolo di vita”. Quindi ha anche spiegato il motivo per cui ha chiesto istanza per incontrare nuovamente Di Matteo lo scorso 4 aprile: “Mio figlio e la mia convivente sono ancora a Barcellona e se non ho riferito tutto è per questo motivo. E se è ho fatto istanza di incontrarla era per poter parlare”. In merito ai rapporti con i palermitani D’Amico ha spiegato di aver avuto contatti con Domenico Virga, nipote di Peppino Farinella. Poi con i gruppi catanesi con Santo La Causa. Poi con Sebastiani e Rampulla della zona di Mistretta. Quindi ha aggiunto: “Quando c’era Gullotti aveva rapporti con tutti: con Santapaola, Giuffrè, Farinella e tanti altri del palermitano. Nel 2007 invece divenni insieme a Giovanni Rao responsabile delle famiglie di Messina, entra in contatto con i Lo Piccolo, loro organizzavano diversi incontri e lei mandava un suo delegato. Noi ci siamo messi a disposizione di Salvatore Lo Piccolo in merito alla guerra che stava facendo a Nino Rotolo. Eravamo pronti ad andare a Palermo a commettere omicidi per conto di Lo Piccolo”. 

“D’Amico aveva chiesto di essere sentito lo scorso 4 aprile”. 
In apertura di dibattimento il pm Antonino Di Matteo (presente assieme a Roberto Tartaglia) ha riferito di aver ricevuto un’istanza, chiedendone l’acquisizione alla Corte, da parte del collaboratore di giustizia barcellonese, Carmelo D’Amico. “Chiedeva di concedere un colloquio visivo con urgenza per motivi giudiziari – ha detto Di Matteo – Non abbiamo ritenuto di andare a interrogare il D’Amico visto che era previsto il suo esame. Ci sembra giusto comunque informare le parti di questa richiesta pervenuta. Non sappiamo di cosa volesse riferire se si tratta di particolari inerenti questo dibattimento od altro”. Una volta acquisito il documento è iniziato l’esame del pentito, che ha avviato la sua collaborazione nel luglio 2014. 

“Dall’1989 facevo parte del gruppo di Giuseppe Gullotti – ha detto – ho compiuto diversi omicidi per suo conto ma anche per Santapaola ed altri. Nel 1996 divenni ambasciatore di Cosa nostra per parlare con i catanesi ed i palermitani. Nel 2007 invece è Salvatore Lo Piccolo a farmi responsabile di Cosa nostra nel messinese. Spesso chiedeva di incontrarmi ma io non ci sono mai andato perché sapevo che l’avrebbero arrestato. In quel periodo era anche previsto un suo arrivo a Barcellona Pozzo di Gotto per gestire la sua latitanza. Poi l’hanno preso e non se ne è fatto nulla”. 

Trattativa Stato-mafia: depone il pentito D’Amico. Riprende questa stamattina il processo sulla trattativa Stato-mafia con la deposizione di Carmelo D’Amico, ex killer della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto (Me), divenuto collaboratore di giustizia lo scorso luglio. Ai pm di Messina, Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo, D’Amico aveva raccontato che nell’aprile dello scorso anno alcuni boss siciliani rinchiusi nel carcere milanese di Opera si aspettavano “da un momento all’altro” la notizia di un attentato nei confronti del pm Nino Di Matteo. “Me lo disse il capomafia Nino Rotolo (ex capomandamento di Pagliarelli, ndr) – aveva detto ai pm -. Era con lui che facevo socialità”. Non solo. D’Amico aveva anche aggiunto un altro particolare: “Avevo sentito Rotolo che parlava di qualcosa di grave con Vincenzo Galatolo (ex boss dell’Acquasanta, ndr) facevano riferimento a una persona che citavano con un nomignolo. Un giorno gli chiesi di saperne di più. E mi disse che Di Matteo doveva morire a tutti i costi”. 




“Il boss Antonino Rotolo era al corrente di tutto ciò che accadeva in Cosa nostra e nel suo organigramma nonostante fosse in carcere. Non so come facesse. Ma addirittura mi indicò anche il nome del nuovo capo di Cosa nostra, di cui però non ricordo il cognome”. Lo ha detto il pentito Carmelo D’Amico, rispondendo in videoconferenza al processo sulla trattativa Stato-mafia. D’Amico, collaboratore di giustizia dall’anno scorso, è stato detenuto nel carcere Opera di Milano in regime del 41-bis, nel quale condivise l’ora di socialità con il boss mafioso palermitano Antonino Rotolo dal quale avrebbe appreso anche altri aspetti legati a Cosa nostra e alle stragi del ’92. 

“Il boss Rotolo mi rivelò che, spinti dai Servizi i ministri Mancino e Martelli si rivolsero a Ciancimino, tramite Cinà, per arrivare a Riina e Provenzano” ha detto D’Amico. “Riina – ha continuato – non voleva accettare i contatti, poi fu convinto da Provenzano e insieme scrissero alcuni punti come quelli sull’alleggerimento delle normative sui sequestri dei beni”. “Rotolo mi disse anche che Matteo Messina Denaro non e’ il capo di Cosa nostra – ha detto D’Amico – perché era capomandamento di Trapani. Il capo di Cosa nostra non può essere un trapanese, deve essere palermitano”. 

“Rotolo era l’unico soggetto che aveva il giornale in cella. L’unico al 41bis che aveva il giornale”. Sulle stragi del ’92, D’Amico ha detto: “Rotolo mi disse che i mandanti erano Andreotti e altri politici. In particolare dietro c’erano i servizi segreti. I mandanti avevano delegato Riina a commettere la strage, sia per quanto riguarda l’omicidio di Falcone che di Borsellino. Il dottore Falcone era vicino a svelare i contatti tra Cosa nostra, i servizi segreti e questi politici che volevano governare l’Italia”. “I nomi che farò oggi sono di persone capaci di tutto, possono entrare nelle carceri e uccidere simulando suicidi e morti naturali. 

Sono loro che dirigono la politica e cercheranno di togliermi di mezzo come volevano fare con lei, dottor Di Matteo”, aveva esordito in aula D’Amico. Il pentito messinese, ex capo provinciale di Cosa nostra, è sottoposto al programma di protezione, ma ha detto di temere per la propria vita e per quella dei suoi familiari che, ancora, non sono stati trasferiti in località protetta. D’Amico, che si è autoaccusato di una trentina di omicidi e ha parlato di un progetto di attentato a Di Matteo, ha anche rivelato di essersi pentito dopo la scomunica dei mafiosi di Papa Francesco. ... Mancino, Martelli, Andreotti. Sono alcuni dei nomi “eccellenti” tirati in ballo oggi, in tribunale a Palermo, dal pentito messinese Carmelo D’Amico, che depone al processo sulla trattativa Stato-mafia. 


“I nomi che farò oggi sono di persone capaci di tutto, possono entrare nelle carceri e uccidere simulando suicidi e morti naturali. Sono loro che dirigono la politica e cercheranno di togliermi di mezzo come volevano fare con lei, dottor Di Matteo”. 

Sono state le prime parole del collaboratore di giustizia, rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo. 

DIETRO LA TRATTATIVA – “Il boss Rotolo mi rivelò che, spinti dai Servizi i ministri Mancino e Martelli si rivolsero a Ciancimino, tramite Cinà, per arrivare a Riina e Provenzano”., ha detto D’Amico. “Riina – ha continuato – non voleva accettare i contatti, poi fu convinto da Provenzano e insieme scrissero alcuni punti come quelli sull’alleggerimento delle normative sui sequestri dei beni”. 

LE STRAGI DEL 1992 – Sempre Rotolo avrebbe poi detto a D’Amico, in carcere, che “i mandanti delle stragi di Falcone e Borsellino erano Andreotti, altri politici e i Servizi segreti che volevano governare l’Italia”. 

FORZA ITALIA – Nella sua deposizione, D’Amico ha anche detto di aver appreso in carcere che “tra i politici che hanno fatto accordi con Cosa nostra ci sono anche Angelino Alfano e Renato Schifani, che sono stati eletti con i voti della mafia”. “Alfano – ha aggiunto il pentito – lo aveva portato la mafia, ma lui poi le ha girato le spalle”. Il collaboratore di giustizia ha anche dichiarato che “Forza Italia è nata perché l’hanno voluta i Servizi segreti, Riina e Provenzano per governare l’Italia. Berlusconi era una pedina di Dell’Utri, Riina, Provenzano e dei Servizi”. D’Amico, infine, ha rivelato che in carcere i boss votarono tutti Forza Italia. 

IL PENTIMENTO – D’Amico ha poi spiegato il motivo del suo “pentimento”: “Ero al carcere di Opera. Le motivazioni sono state perché volevo cambiare vita sia per me che per la mia famiglia. Poi c’è stato il Papa che ha scomunicato tutti i mafiosi e questo fatto mi ha colpito tantissimo. Ho avuto un po’ paura, mi sono riservato su alcune cose, perché dopo 4 giorni che ho iniziato a collaborare uscivano articoli sui giornali e la mia famiglia era ancora a Barcellona. Ero a Catania nel carcere Bicocca dove avevano indagato gli ispettori e tante guardie colluse con la mafia, erano successe cose stranissime, mi dicevano che ero in pericolo di vita”. [fonte] 


Mafia, pentito CARMELO D’AMICO: “ALFANO portato da Cosa Nostra. Berlusconi pedina di Dell’Utri”


... Il ministro dell’Interno Angelino Alfano? “Portato da Cosa nostra, ma poi gli ha voltato le spalle”. Forza Italia? “Nata per volere dei servizi segreti”. Silvio Berlusconi? “Una pedina nelle mani di Marcello Dell’Utri”. Il pm Nino Di Matteo? “Lo vogliono morto sia Cosa Nostra che i servizi segreti”. 

Parola di Carmelo D’Amico, l’ex killer di Barcellona Pozzo di Gotto, oggi diventato l’ultimo super testimone dell’inchiesta sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra. È un collaboratore importante D’Amico, un pentito che i pm del pool Stato – mafia considerano altamente credibile. Merito delle confidenze raccolte nei due anni trascorsi in carcere con Nino Rotolo, il boss di Pagliarelli fedelissimo di Bernardo Provenzano. “Rotolo mi disse che Matteo Messina Denaro non è il capo di Cosa nostra, perché è il capomandamento di Trapani: ma il capo di Cosa nostra non può essere un trapanese, deve essere palermitano”, è uno dei tanti passaggi della deposizione di D’Amico, ascoltato come testimone dalla corte d’Assise di Palermo che sta processando politici, boss mafiosi ed alti ufficiali dei carabinieri per il patto segreto tra pezzi delle istituzioni e Cosa Nostra. 

Un racconto cominciato con un mea culpa: “Ho commesso almeno una trentina di omicidi, soprattutto per i catanesi dal 1992 in poi: a un ragazzo ho anche tagliato le mani”, ha confessato D’Amico, spiegando di aver deciso di collaborare con la magistratura “dopo la scomunica dei mafiosi di Papa Francesco, quelle parole mi hanno colpito moltissimo”. L’anatema del pontefice contro i boss è del 21 giugno 2014: da quel momento D’Amico inizia ad aprire il suo personalissimo libro dei ricordi, prima davanti ai pm della dda di Messina, e poi con i magistrati del pool palermitano. È davanti ai pm Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia, Vittorio Teresi e Francesco Del Bene che D’Amico mette a verbale tutto quello che ha appreso sui rapporti tra Cosa Nostra e le Istituzioni. Un racconto pieno di rivelazioni inedite, replicato davanti alla corte d’assise, che coinvolge direttamente il ministro dell’Interno. “Angelino Alfano – ha spiegato D’Amico collegato in videoconferenza con l’aula bunker del carcere Ucciardone– è stato portato da Cosa nostra che lo ha prima votato ad Agrigento, ma anche dopo. Poi Alfano ha voltato le spalle ai boss facendo leggi come il 41 bis e sulla confisca dei beni”. Ma non solo. Perché a godere dell’appoggio delle cosche sarebbe stato anche l’ex presidente del Senato Renato Schifani, già indagato per concorso esterno alla mafia e poi archiviato. “Cosa nostra ha votato anche Schifani, poi hanno voltato le spalle, e la mafia non ha votato più Forza Italia”. Per il collaboratore, poi, il partito di Silvio Berlusconi sarebbe nato perché sostenuto direttamente da Totò Riina e Bernardo Provenzano. “I boss votavano tutti Forza Italia, perché Berlusconi era una pedina di Dell’Utri, Riina, Provenzano e dei Servizi. Forza Italia è nata perché l’hanno voluta loro”. Poi però il patto tra politica e boss s’interrompe. “All’epoca i politici hanno fatto accordi con Cosa nostra, poi quando hanno visto che tutti i collaboratori di giustizia che sapevano non hanno parlato, si sono messi contro Cosa nostra, facendo leggi speciali, dicendo che volevano distruggere la mafia”. D’Amico ha anche raccontato che a Barcellona Pozzo di Gotto era attiva una loggia massonica. “Ne facevano parte uomini d’onore, avvocati e politici, e la comandava il senatore Domenico Nania (ex vice presidente del Senato col Pdl) : a questa apparteneva anche Dell’Utri”. La fonte dell’ex killer di Barcellona Pozzo di Gotto è Rotolo, il boss palermitano con il quale condivide tra il 2012 e il 2014 l’ora di socialità. Rotolo è un pezzo da novanta, ex fedelissimo di Totò Riina e poi di Bernardo Provenzano. “Mi raccontò che i servizi avevano fatto sparire dal covo di Riina un codice di comunicazione per mettersi in contatto con politici e gli stessi agenti dei servizi”. Ma il boss di Pagliarelli avrebbe fatto a D’Amico anche confidenze sulla latitanza di Provenzano. “Mi disse anche che Provenzano era protetto dal Ros e dai Servizi e non si è mai spostato da Palermo, tranne quando andò ad operarsi di tumore alla prostata in Francia”. Ed è sempre Rotolo che racconta a D’Amico il piano di morte per assassinare Di Matteo. “Rotolo ne parlava con Vincenzo Galatolo: all’inizio non lo chiamavano per nome, ma lo definivano cane randagio, poi io chiesi di chi parlavano e mi risposero che si trattava di Di Matteo, e che aspettavano da un momento all’altro la notizia dell’attentato”. Il racconto di D’Amico riscontra implicitamente le rivelazioni di Vito Galatolo, figlio di Vincenzo, il boss dell’Acquasanta, che per primo ha svelato come a partire dal dicembre del 2012, Cosa Nostra avesse studiato nei dettagli un piano per assassinare il pm della Trattativa. “Era stabilito che il dottor Di Matteo doveva morire – ha aggiunto D’Amico – Rotolo mi ha raccontato che i servizi segreti volevano morto prima il dottor Antonio Ingroia, poi Di Matteo. E siccome Provenzano non voleva più le bombe, dovevano morire con un agguato”. 

Anche Vito Galatolo ha raccontato che in un primo momento l’attentato contro il pm palermitano doveva essere fatto con 200 chili di tritolo, già acquistati dalla Calabria e arrivati a Palermo. Poi però si passo ad un piano di riserva, che prevedeva l’eliminazione del magistrato in un agguato a colpi di kalashnikov. Appena poche settimane fa l’allerta al palazzo di Giustizia è tornata ai massimi livelli, dato che uomini armati sarebbero stati localizzati nei pressi di un circolo tennistico sporadicamente frequentato dal pm. E se Galatolo aveva indicato in Messina Denaro il mandante dell’omicidio (“Perché Di Matteo si sta spingendo troppo oltre” aveva scritto il padrino di Castelvetrano ai boss di Palermo) per D’Amico l’ordine arrivava anche da altri ambienti. 


“A volere la morte di Di Matteo erano sia Cosa Nostra che i Servizi perché stava arrivando a svelare i rapporti dei Servizi come fece a suo tempo il dottor Giovanni Falcone”. 

E quando ad un certo punto l’attentato sembra essere entrato in fase d’impasse, Rotolo e Vincenzo Galatolo provano ad inviare D’Amico a Palermo. “Io – ha spiegato il pentito – dovevo uscire da lì a poco dal carcere e si parlava di delegare me per portare avanti questa cosa”. 

Il vero chiodo fisso di D’Amico, però, sono i servizi. 

“Arrivano dappertutto ed è per questo che altri pentiti come Giovanni Brusca e Nino Giuffré non raccontano tutto quello che sanno sui mandanti esterni delle stragi”. Alla fine ecco anche una paradossale precisazione. “I servizi organizzano anche finti suicidi in carcere: per questo voglio chiarire che io godo di ottima salute e non ho nessuna intenzione di suicidarmi”. 
IL FATTO QUOTIDIANO

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