27 aprile 2015

Protocollo Farfalla: Il ministro della Giustizia Orlando: «Irregolarità amministrativa nella gestione dell’Ufficio ispettivo del Dap»


27 aprile 2015 di Roberto Galullo

Cari lettori, molti di voi sanno che nel passato mi sono occupato del cosiddetto “Protocollo farfalla”, vale a dire la collaborazione tra agenti di Polizia penitenziaria e agenti dei servizi di sicurezza, nel periodo 23 giugno 2003-18 agosto 2004 (ma si aggiunge il periodo 25 novembre 2005 -2 febbraio 2007 che assumerà la veste formale di “operazione Rientro”).
Ebbene il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), a fine marzo ha diffuso 31 pagine di relazione (approvata il 12 marzo) trasmessa alle presidenze delle Camere che è tutta da leggere (sul sito Copasir troverete la versione integrale).
Ne sto dando conto dalla scorsa settimana.
Oggi si prosegue con una denuncia della politica (nelle vesti del ministro della Giustizia Andrea Orlando) confermata da un tecnico (Francesco Cascini, che nel 2007 sostituì Salvatore Leopardi a capo dell’Ufficio per l’attività ispettiva e il controllo del Dap) ma si prosegue anche con smentite e contro smentite sulle valutazioni tra tecnici.
PAROLA A CASCINI

Francesco Cascini ha sostituito Leopardi nel 2007 a capo dell’Ufficio per l’attività ispettiva e il controllo del Dap. Sulla situazione dell’Ufficio al suo arrivo ha usato queste testuali parole: «Sotto il profilo documentale non vi era nulla che attestasse questi passaggi informativi. Sicuramente l’ufficio aveva un’organizzazione non del tutto corrispondente alle sue finalità istituzionali. In particolare, la cosa che mi colpì – e che riferisco qui, ma che ribadisco di aver già riferito anche alla Procura di Roma – fu che su tutto il territorio nazionale esistevano gruppi direttamente dipendenti dall’ufficio ispettivo, taluni dei quali erano anche consistenti (in quello di Napoli vi erano forse una ventina di persone), nominativamente indicati, istituiti presso i provveditorati e costituiti con un provvedimento del direttore dell’ufficio ispettivo. L’indicazione di tale provvedimento era piuttosto vaga, ma il loro compito doveva essere quello di raccogliere informazioni sui detenuti sottoposti al regime previsto dall’articolo 41‑bis. Tale scelta fu fatta, peraltro, in accordo con la Procura nazionale antimafia: vi erano cioè atti che attestavano riunioni con il presidente Vigna, all’epoca procuratore nazionale antimafia, che spingeva il Dipartimento a fare questo tipo di accertamenti. Sulla carta si trattava di verifiche sui colloqui, sui pacchi ricevuti e sui difensori, una serie di richieste che attenevano alla vita detentiva di persone sottoposte al regime previsto nell’articolo 41‑bis. Al di là del rilievo puramente amministrativo il direttore dell’ufficio non poteva costituire articolazioni amministrative territoriali con un provvedimento interno, dato che sarebbe stato necessario almeno un decreto ministeriale ‑ la singolarità di queste strutture, dal mio punto di vista, stava nel fatto che erano state costituite dove non vi erano detenuti sottoposti al regime previsto dall’articolo 41‑bis. Per esempio, a Napoli, dove vi era un gruppo consistente di personale addetto a tali funzioni, non vi erano istituti che accoglievano detenuti sottoposti al regime del 41‑bis». 
Mori
PAROLA AD ORLANDO
L’attuale ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha confermato tutto e ha parlato di «profili di irregolarità amministrativa» in riferimento alla gestione dell’Ufficio ispettivo. Il ministro ha riferito che «fu riscontrata la presenza di articolazioni periferiche istituite presso i provveditorati regionali con provvedimento del direttore dell’ufficio ispettivo. Tali articolazioni sotto la direzione unica della struttura centrale risultavano avere il compito di svolgere analisi e monitoraggio dei detenuti sottoposti al regime di cui al 41-bis, sulla base di accordi intervenuti tra il Dipartimento e la Direzione nazionale antimafia. Non si può logicamente escludere che in tale attività, della quale non risultano tracce documentali, siano refluiti anche gli esiti di operazioni parallelamente svolte in collaborazione con le agenzie di sicurezza o dalle agenzie stesse».
E a questo proposito il Copasir evidenzia nella relazione che i documenti consegnati non risultano protocollati all’epoca dei fatti ma solo archiviati a decorrere dal 2008 (per via della legge di riforma sui sistemi di informazione e sicurezza). «La lacunosità della legge n. 801 del 1977 e l’inadeguatezza dei poteri di controllo attribuiti al Copaco – si legge ancora nella relazione del Copasir – favorì una gestione dell’operazione eccessivamente informale e priva di adeguati riscontri documentali».
FARFALLA “MORTA” (AL CONDIZIONALE)
L’operazione Farfalla «si sarebbe chiusa nell’agosto del 2004» (non è strano, domando, che in un documento ufficiale un organismo dello Stato utilizzi il condizionale?) per l’infondatezza dei presupposti, per la difficoltà di stabilire un rapporto fiduciario con i carcerati individuati e in particolare per l’impercorribilità di un’operazione caratterizzata da un’attività di contatto intermediata da personale del Dap privo di specifica formazione. Gli otto carcerati individuati per l’operazione nel documento del 24 maggio 2004, non sono mai divenuti dei fiduciari del Sisde. 
I TECNICI: PAROLA A TINEBRA
Il Copasir ha ascoltato anche altri “tecnici” e sull’allora capo del Dap, Giovanni Tinebra, scrive testualmente che «ne esce oscurato da un secco non so e non sapevo e da una frase, riferita in sede di audizione: Il direttore si deve accontentare di farsi raccontare il succo, dare una delega e sorvegliare che tutto vada bene, e pregando Iddio che tutto vada bene”. Ha precisato inoltre che: “Le relazioni con i Servizi, per restare vicini a quella che era la conformazione normativa dell’istituto, venivano curate e gestite da coloro i quali erano addetti ai servizi di polizia giudiziaria».
Tinebra ha riferito di aver avuto un solo incontro con il generale Mario Mori il quale gli «chiese se avessi nulla in contrario nel gestire le nostre rispettive questioni secondo gli alvei di legge, per cui io gli avrei chiesto le notizie che mi poteva dare e lui mi avrebbe chiesto le notizie che io potevo dargli. Risposi che, certamente, così andava benissimo: questo è l’unico modo nel quale io concepisco la gestione di questo tipo di affari. Gli ricordai che lui avrebbe fatto le sue cose e io le mie e gli chiesi, se ci fossero stati problemi molto grossi, di avvertirmi. Ora, se ci siano stati problemi molto grossi, io non lo so, ma certo è che non mi si avvertì».
Tinebra
Tinebra ha aggiunto di aver affidato tutto a Salvatore Leopardi, capo dell’ufficio ispettivo del Dap, con le seguenti parole: «Il dottor Leopardi era stato con me a Caltanissetta; avevo imparato a conoscerlo e ad apprezzarlo e quindi avevo fiducia in lui, […] fino a prova contraria. Si occupava dell’ufficio ispettivo; da un lato, si occupava delle ispezioni amministrative negli istituti e nelle scuole e, dall’altro lato, si occupava della gestione dei servizi di polizia giudiziaria, che trovava in realtà poco funzionali e ancora con un’organizzazione agli albori. Cominciò quindi a pensare a qualcosa di più regolamentato, di più particolareggiato e di normativamente più aderente alla realtà e alla possibilità di operare. […] A meno che non fossero di particolare importanza, non gradivo molto che mi si parlasse di questioni di polizia giudiziaria, perché era un’attività che riguardava Leopardi, che era il titolare dell’ufficio».
Richiamando le operazioni “Farfalla” e “Rientro”, Tinebra ha riferito di non aver parlato assolutamente con Leopardi di questi aspetti operativi – dei quali aveva discusso solo all’inizio con Mori – e ha affermato che Leopardi era totalmente autonomo nella gestione del rapporto con i Servizi.
PAROLA A LEOPARDI
Salvatore Leopardi, direttore dell’ufficio per le attività ispettive e il controllo del Dap, ha confermato l’incontro tra TinebraMori con il colonnello Mario Obinu, alla sua presenza.
Leopardi ha affermato in audizione: «Pertanto tutto ciò che sto per dire è il frutto esclusivo della ricostruzione che io faccio dei miei ricordi e che ho effettuato unicamente sulla base della mia memoria, tenendo presente quanto segue: da allora non ho mai avuto modo (non ne avevo motivo) di parlare con i miei interlocutori dell’epoca di questa vicenda; non ho mai avuto modo di soffermarmi su di essa perché non avevo alcun interesse; non ho mai avuto a disposizione (né allora, né nel mentre, né adesso) alcun atto relativo a questa vicenda, sia perché né io personalmente né il mio ufficio abbiamo prodotto atti, fosse pure a livello di appunti o annotazioni, sia perché non ho mai visto, letto, ricevuto o avuto a disposizione alcun eventuale atto, visto che non so neanche se ne esistono per davvero, prodotto dal Sisde su questa vicenda. D’altra pare, aggiungo pure che si tratta di una vicenda relativa a un’operazione ideata dal Servizio che di fatto non ha mai avuto concreta attuazione».
Leopardi, in audizione, smentirà però, ricorda il Copasir, Tinebra, confermando che più volte aveva informato il Direttore del Dap sul prosieguo dell’operazione. [fonte]

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