15 maggio 2015

Stato-mafia, pentito D’Amico: “Rotolo mi disse che Provenzano scrisse il papello”

Carmelo D'Amico

15 maggio 2015 

Alleggerimento delle norme sul sequestro dei beni e revoca del regime carcerario 41 bis. Questi, secondo quanto riferito da Nino Rotolo a Carmelo D’Amico gli obiettivi di Cosa nostra che fece arrivare un documento, da Cinà a Ciancimino, per uno scambio di promesse con lo Stato. A scrivere quel foglio sarebbe stato Bernardo Provenzano: “Rotolo, mentre eravamo detenuti assieme, mi disse che fu Provenzano a scrivere nel papello le richieste di revoca del regime carcerario del 41 bis e l'alleggerimento delle norme sul sequestro dei beni. Lo scrisse mentre glielo dettava Riina. Quando queste richieste? Questi contatti sono successivi alla strage di Borsellino”. Il pentito messinese con il capomafia palermitano Rotolo ha condiviso la detenzione nel carcere milanese di Opera. Dopo queste dichiarazioni di D'Amico, l'avvocato Luca Cianferoni, legale di Totò Riina, tra gli imputati del processo, ha chiesto di fare una perizia grafologica sul papello per riscontrare se possa essere stato scritto, anche in parte, da Provenzano ma la corte ha rigettato la richiesta in quanto questo argomento non è stato ancora affrontato nel processo.

D’Amico ha anche spiegato che dal 41 bis “non vi erano problemi di comunicazione tra detenuti. Nino Rotolo era informato di ogni cosa che avveniva all’esterno, non solo per i giornali”. 

Rispondendo invece ad una domanda dell’avvocato Anania il teste ha ribadito che i Servizi segreti, dopo l’arresto di Riina, erano intervenuti per far sparire delle carte dal covo e recuperare un codice con cui si mantenevano i contatti con Cosa nostra.

"Riina manovrato dai servizi segreti per governare l'Italia"
"I servizi segreti hanno usato la mafia, il loro obiettivo era governare l'Italia". Continua la deposizione del pentito D'Amico presso l'aula bunker Ucciardone a Palermo al processo Trattativa stato-mafia. Nel rispondere alle domande dell'avvocato Milio (difesa De donno e Mori, ndr) il collaboratore di giustizia è tornato a parlare del ruolo dei servizi segreti ."L'obiettivo dei servizi di governare l'Italia risale ancora ai tempi di Andreotti, poi hanno fatto scendere in politica Berlusconi - ha spiegato il collaboratore di giustizia -

"Anche Riina si era illuso di poterlo fare ma è stato solo manovrato da questi soggetti". 

In riferimento al progetto di attentato contro i magistrati Ingroia prima, Di Matteo poi, che nelle scorse udienze D'Amico aveva spiegato essergli stato riferito da Rotolo ha detto: "Quando Provenzano era fuori c'era un piano di morte per Ingroia". L'attentato contro Di Matteo invece lo fa risalire tra la fine del 2013 e inizio 2014: "Rotolo mi disse che Di Matteo era peggio di Falcone perchè si stava avvicinando alla verità sugli intrecci tra Cosa nostra, politica e i servizi segreti quindi i servizi segreti lo volevano morto a tutti i costi se non lo faceva cosa nostra se ne sarebbero occupati direttamente loro".
Tornando a parlare dei servizi segreti, il pentito ha raccontato che a proteggere la latitanza di Provenzano sarebbero stati "il Ros e i servizi segreti". Inotrle "Rotolo mi disse che (i servizi segreti,ndr) si occupavano di fare cose gravissime - ha aggiunto D'Amico - nello specifico mi parlò di tantissimi omicidi, simulati in suicidi, fatti dentro e fuori il carcere".

D'Amico: "Parlando di trattativa Rotolo mi fece i nomi di Martelli e Mancino"
"Abbiamo tante cose da dire e questi 180 giorni voluti da Berlusconi e Dell'Utri ci hanno limitato. Uno non si può ricordare 20 anni di storia solo in 180 giorni". Così, di seguito, il pentito D'Amico ha spiegato perchè non ha riferito tutto quanto di cui era a conoscenza. Poi ha precisato, rispondendo all'avvocato Piergentili (difesa Mancino) che il boss Rotolo "generalmente mi ha detto 'ministro dell'Interno all'epoca e ministro della Giustizia all'epoca 'parlando dei mandanti delle stragi, per la trattativa mi ha detto


'Mancino e ministro Martelli di Grazia e Giustizia. Non sapevo che Mancino era ministro". Mancino e Martelli, ha continuato, "sono stati portati con la mano dai servizi segreti e Dell'Utri per fargli fare questa trattativa con Cosa nostra" 

anche se inizialmente "quando Riina ha sentito il nome di Ciancimino non voleva trattare". Della trattativa D'Amico ha ribadito di aver appreso tutto da Rotolo: "Io sapevo il fatto dell'estorsione a Berlusconi e basta".

D'Amico: "Ritardo su certe dichiarazioni perché so di cosa sono capaci i Servizi" “Non ho fatto subito i nomi di Mancino, Martelli, Dell’Utri ed Andreotti perché avevo paura, soprattutto dei Servizi segreti. Sono a conoscenza che cose brutte che hanno fatto e che sono in grado di fare”.

E’ iniziato così il controesame del collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico al processo trattativa Stato-mafia. Rispondendo alle domande dell’avvocato Di Peri (difesa Dell’Utri) il pentito ha spiegato che in un primo momento si preoccupava per la propria famiglia, ancora residente a Barcellona Pozzo di Gotto. “Quando ho iniziato a collaborare - ha aggiunto - uscivano continuamente le cose che dicevo sui giornali ed ero in carcere di Bicocca, dove ho avuto tanti problemi. Poi sono stato trasferito ed anche la mia coscienza non mi permetteva di nascondere cose del genere. Così le ho dette, con tutti i pro ed i contro, perché so cosa possono fare queste persone”.

D’Amico ha anche spiegato di aver reso, dopo la scorsa udienza, testimonianza su episodi riguardanti i Servizi segreti alla Procura di Messina “ma vi sono indagini in corso e non credo di poter aggiungere altro nel merito”. L’ex killer di Barcellona Pozzo di Gotto ha confermato di aver appreso dal boss di Pagliarelli Nino Rotolo, in carcere, dell’appartenenza di Dell’Utri ad una loggia massonica. “Oltre a lui - ha detto - c’erano anche il senatore Nania, Saro Cattafi, ed altri uomini d’onore”. [link]


D'Amico al processo trattativa: "So chi ha ucciso Beppe Alfano. Non sono stati i Servizi" 

"So chi è il mandante e so chi è l'esecutore dell'uccisione del giornalista Beppe Alfano (in foto). Non posso dire di più perché ci sono indagini in corso". Il particolare è emerso durante il controesame del collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico al processo trattativa Stato-mafia. Rispondendo ad una domanda dell’avvocato Francesco Romito, legale dell’imputato Giuseppe De Donno, il pentito ha anche aggiunto che “non sono stati i servizi segreti”. Per l’omicidio sono stati condannati in via definitiva Giuseppe Gullotti come mandante e Antonino Merlino come esecutore materiale dell’agguato compiuto l’8 gennaio 1993 a Barcellona Pozzo di Gotto. I racconti del pentito sono confluiti nel fascicolo “Alfano ter” aperto dalla Procura di Messina. 

Si cerca anche di far luce sulla storia della mancata cattura del boss catanese Nitto Santapaola, che avrebbe trascorso l'ultima fase della sua latitanza proprio a Barcellona. Di questo particolare Beppe Alfano era a conoscenza tanto che un filone d'inchiesta riporta proprio alla latitanza di Santapaola l'ordine della mafia di eliminare il giornalista. Sonia Alfano, figlia del giornalista, è sempre stata convinta che il padre venne ucciso proprio per aver rivelato al pm Canali la presenza di Santapaola a Barcellona. C’è poi anche il dato della Colt 22, la pistola che passa di mano in mano tra varie persone, senza mai essere sottoposta a perizia balistica, ma che potrebbe essere quella che ha sparato al giornalista Beppe Alfano. Tracce di ciò sono state scoperte dall’avvocato Fabio Repici, difensore di parte civile della famiglia Alfano, in un verbale del 28 gennaio 1993. Venti giorni dopo l’uccisione del cronista de ”la Sicilia”, il pm Olindo Canali si accorge che l’imprenditore Mario Imbesi possiede una Calibro 22, e se la fa consegnare, senza sequestrarla formalmente. Dopo otto giorni, il 5 febbraio, il revolver era stata restituita al proprietario, ma agli atti del processo non risulta alcuna perizia balistica sull’arma. Solo diciassette anni dopo la morte di Alfano, nel 2011, la Scientifica dimostrerà che quell’arma, con l’omicidio del cronista, non c’entra niente. 

Emerge, poi, la figura di Rosario Pio Cattafi (finora solo sfiorato dalla pista investigativa del delitto Alfano) condannato in primo grado a 12 anni per associazione mafiosa e considerato anello di congiunzione tra mafia, massoneria e servizi segreti. 

Della sua indagine si occupano i magistrati Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo, gli stessi che stanno indagando sul fascicolo denominato “Alfano ter”. Repici scopre ancora che c’è un’altra Colt 22 nelle disponibilità di Imbesi. Quest’altra arma sarebbe stata ceduta nel ’79 a Franco Carlo Mariani, fermato nel 1984 in quanto coinvolto in un’indagine sulle bische clandestine. Insieme a Mariani, viene arrestato anche Cattafi, accusato dal pm di Barcellona Francesco Di Maggio (ex vice capo del Dap, ritenuto tra i personaggi chiave della trattativa e uno dei principali artefici, nel ‘93, della revoca del carcere duro a oltre 300 mafiosi) affiancato da Olindo Canali, al tempo uditore e che diventerà in seguito pubblico ministero al processo Alfano. 

L’avvocato Repici continua ad insistere sulla centralità della pista della Colt 22, ed ha richiesto alla Procura di Messina di appurare se la pistola sia in qualche modo arrivata a Cattafi, o se sia stata effettivamente usata per l’attentato al giornalista. Canali, dopo aver restituito la prima pistola a Imbesi, si recò a Roma per incontrare Di Maggio. La partecipazione di quest’ultimo ad incontri sul delitto Alfano, quando ancora ricopriva l’incarico di funzionario Onu a Vienna, sarebbe stata giustificata dall’aver svolto indagini che coinvolgevano “soggetti barcellonesi trasferiti a Milano e coinvolti in traffici di armi”. Secondo Repici questa descrizione calzerebbe perfettamente al profilo di Cattafi. Delle riunioni vi è anche traccia nell’agenda del generale Mario Mori dove il 27 febbraio 1993 è registrato il nome storpiato “Canari” proprio accanto a quello di Di Maggio. Il 5 aprile, poi, la voce di Nitto Santapaola viene intercettata in una pescheria di Terme Vigliatore ed il giorno dopo Terme VIgliatore diventa teatro di un inseguimento con protagonisti i militari del Ros guidati da Sergio De Caprio, alias Ultimo. Questi avevano scambiato Fortunato Imbesi, figlio dell’imprenditore proprietario della colt 22, per il boss allora latitante Pietro Aglieri. In quell’incredibile caccia all’uomo, ricostruita nel dettaglio al processo contro Mori ed il colonnello Mauro Obinu per la mancata cattura di Provenzano nel 1995, Ultimo arrivò pure a sparare al giovane Imbesi. Se siano solo coincidenze o meno ora lavora la Procura di Messina nella speranza che si arrivi definitivamente a una definitiva verità. [link]
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