22 luglio 2015

Nino Di Matteo: “La lotta alla mafia non è prioritaria neanche per la magistratura”


Intervista al pm che indaga sulla trattativa Stato-mafia



di Lorenzo Baldo 22 luglio 2015


L’impegno costante contro un “sistema criminale integrato” che tiene sotto scacco il nostro Paese.


E’ il mese di giugno, nel suo ufficio al secondo piano del palazzo di giustizia di Palermo il sostituto procuratore Nino Di Matteo spiega che mafia e corruzione rappresentano “due facce della stessa medaglia, due aspetti distinti di un unico sistema criminale integrato, in cui la violenza della mafia e i soldi della corruzione si integrano a vicenda per il raggiungimento di scopi criminali”. Nell’analisi del magistrato siciliano, condannato a morte dal capo di Cosa Nostra, c’è spazio anche per il “protagonismo” dei Servizi segreti che, per ritenute “ragioni di Stato”, accettano il dialogo con altre forze criminali. Mafia, politica e istituzioni? “Per quanto riguarda il calo di tensione e di attenzione nell’approccio a questo tipo di inchieste, la politica, e i governi che si sono succeduti negli ultimi anni, hanno avuto un peso importante, se non determinante”. Di Matteo è consapevole che la magistratura da sola può arrivare fino a un certo punto se in questa ricerca della verità non viene aiutata, sostenuta e stimolata dalla politica. Ma la realtà dei fatti e tutt’altra. “Noi non abbiamo avuto né l’aiuto, né il sostegno e né lo stimolo a cercare la verità; piuttosto in certi momenti riteniamo di avere avuto degli ostacoli che potevano essere evitati”. Ostacoli che si traducono con l’isolamento istituzionale, la diffidenza, il sospetto, la presa di distanza da parte di alcuni settori della stessa magistratura. Si giunge così all’amara conclusione che “la lotta alla mafia non è più prioritaria, nemmeno all’interno della magistratura”. Con un’ultima speranza che questa tendenza si possa invertire.

Recentemente lei ha dichiarato che “per vincere la mafia infiltrata nell’amministrazione pubblica e la corruzione l’Italia deve affrontare un’altra grande guerra di liberazione”. Ma la volontà politico-istituzionale a voler affrontare questa nuova “guerra di liberazione” è pura utopia?
Credo che finora gli eventi dimostrino come questa volontà non sia stata effettiva, generale, né tanto meno prioritaria. Si è andati avanti seguendo una logica emergenziale, cercando di reagire agli avvenimenti, agli scandali e alle risultanze di indagini giudiziarie sempre più numerose. Ritengo quindi che sia mancata una visione d’insieme costante e intelligente, capace di concentrare gli sforzi, anche con un obiettivo più alto e più a lungo termine, in due direzioni: la recisione dei rapporti esterni della mafia con la politica, l’economia e le istituzioni, e la repressione più efficace del fenomeno della corruzione. Che sta diventando sempre più complementare a quello mafioso, tanto che mafia e corruzione oggi spesso rappresentano due facce della stessa medaglia, due aspetti distinti di un unico sistema criminale integrato, in cui la violenza della mafia e i soldi della corruzione si integrano a vicenda per il raggiungimento di scopi criminali.


Anche il pm calabrese Giuseppe Lombardo ha denunciato la sottovalutazione della circostanza che mafia e corruzione sono componenti indispensabili di uno stesso sistema criminale integrato e circolare.

Il collega Lombardo (che ho imparato nel tempo a stimare enormemente, attraverso un continuo scambio di informazioni) giunge alle stesse conclusioni perché evidentemente è un altro magistrato che, nella sua carriera, nel suo impegno di sostituto procuratore a  Reggio Calabria, non si è limitato alla volontà di colpire il fenomeno militare della ‘Ndrangheta, ma ha alzato il suo obiettivo cercando di individuare e colpire i rapporti esterni di quella mafia. Ogni qualvolta si sposta l’interesse investigativo anche sui rapporti esterni di Cosa Nostra, ci si imbatte ugualmente in quei fenomeni corruttivi che consideriamo, appunto, aspetti diversi della stessa situazione criminale.


Qualche tempo fa il professor Rodotà ha ricordato che quando venne scoperta la P2 si parlava di “doppio Stato” per poi aggiungere che in Italia  c’è “la prova provata” che “i Servizi hanno fiancheggiato fenomeni eversivi e che quelli erano un pezzo del doppio Stato”. Stiamo quindi assistendo ad un’evoluzione di questo “doppio Stato” che diventa sistema criminale integrato?

Penso che dobbiamo distinguere degli aspetti diversi. Come accennavo prima, da una parte c’è un sistema criminale integrato che è tale perché riguarda sempre più la connessione tra fenomeni tipici della violenza mafiosa e fenomeni corruttivi. La mafia, più spesso rispetto al passato, si serve della corruzione per raggiungere i propri scopi. I corrotti all’interno delle istituzioni pubbliche, ma anche dell’imprenditoria privata, per raggiungere i loro obiettivi non esitano a rivolgersi alla mafia utilizzandola quasi come una agenzia di servizi. Il dato evidenziato dal professor Rodotà in merito ai rapporti che hanno caratterizzato molte fasi della nostra vita democratica è sempre di estrema attualità. Mi riferisco al protagonismo dei nostri Servizi che, rispetto al percorso istituzionale, ha deviato, volta per volta, per ragioni “politiche”, o per ritenute “ragioni di Stato” (ma come tali, proprio perché ritenute e non dichiarate, assolutamente non condivisibili), accettando il dialogo con altre forze criminali di tipo mafioso o di tipo camorristico. 
Ritengo quindi che bisogna sempre tenere gli occhi aperti sull’attualità per capire se determinati fenomeni possano, anche semplicemente in parte, riprodursi. Di conseguenza penso che bisogna continuare a insistere nell’approfondimento degli episodi, anche risalenti nel tempo, di contiguità tra Servizi di sicurezza e organizzazioni criminali. Se si lasciano inesplorati determinati campi e determinati aspetti (sui quali anche certe sentenze definitive impongono invece di esplorare) si rischia di consegnare definitivamente alla mafia, e alle altre organizzazioni criminali, un potere di ricatto nei confronti dello Stato. Uno Stato che vuole, invece, liberarsi dal fardello costituito da questi rapporti ambigui e fuorilegge del passato non può che scavare ancora nella direzione dell’approfondimento e nella individuazione eventuale di responsabilità penali di singole persone. 
(...)



Pur essendo il magistrato più scortato d’Italia, al di là di indagare sulla trattativa, lei si deve occupare prevalentemente di reati comuni, che sottraggono tempo prezioso alle indagini sul patto tra mafia e Stato. È del tutto evidente l’assurdità di questa sua duplice attività. A cosa si devono queste direttive alle quali deve sottostare?

Nel mio caso, così come penso in tanti altri casi, questo è purtroppo il frutto di quella che inizialmente era una direttiva del Csm sui limiti di permanenza nelle direzioni distrettuali antimafia e poi, con la riforma dell’ordinamento giudiziario (la cosiddetta riforma Mastella), è diventata, anche per i magistrati dei pool antimafia, un limite di legge, cioè un limite di permanenza di dieci anni nella stessa Dda. Si tratta quindi di una situazione che non è dovuta ad un atteggiamento, o a una decisione, di un singolo capo dell’ufficio (in questo caso di un singolo procuratore). A mio parere si tratta della conseguenza assurda di una legge sbagliata che (di fronte all’esigenza sempre più evidente di contrapporre ad un crimine sempre più organizzato dei magistrati sempre più specializzati), finisce per penalizzare questa esigenza, provocando così un effetto illogico. Quando un magistrato comincia ad avere più consapevolezza, più esperienza, muovendosi meglio nel difficile campo dell’investigazione antimafia, deve improvvisamente tornare ad occuparsi di altro. È come se (facendo un paragone con il settore medico), dopo anni di studio per specializzarsi nella branca così delicata della chirurgia, il chirurgo, quando comincia ad acquisire una manualità e un’esperienza pratica nell’intervenire chirurgicamente, dovesse  tornare a fare altro, magari occupandosi del pronto soccorso, o della medicina generica. Il fatto stesso che non si parli più dell’opportunità di cambiare questa regola è un ulteriore segnale - non principale, ma comunque significativo - di un dato oggettivo: la lotta alla mafia non è più prioritaria, nemmeno all’interno della magistratura. [link]
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