12 novembre 2015

I nuovi verbali con le dichiarazioni del boss pentito Carmelo D’Amico: “in 4 uccisero Antonino Mirabile”. E svela nomi: Sem di Salvo,Filippo Barresi, NunziatoMazzu’ e Salvatore Gullotti

12 novembre 2015 Leonardo Orlando – Barcellona 

L’ex boss Carmelo D’Amico che nelle sue prime dichiarazioni ha raccontato la genesi del suo pentimento, ha svelato anche i retroscena di un altro delitto avvenuto a Barcellona nella prima mattinata del 5 settembre del 1991, quando sotto i micidiali colpi incrociati di un fucile da caccia e di una pistola di grosso calibro fu ucciso, Antonino Mirabile, 47 anni, originario di Castroreale. Per quel delitto il giovane Carmelo D’Amico ha collaborato come fiancheggiatore provvedendo su richiesta di Nino Ofria a rubare insieme a lui, il giorno prima dell’omicidio, l’auto, una Volkswagen Passat, utilizzata il mattino successivo dal “commando” che entrò in azione sul luogo del delitto, lungo la Salita del Carmine a Pozzo di Gotto. 

Mirabile fu ucciso sotto gli occhi del figlio all’epoca diciannovenne da un commando – così come ricostruirono all’epoca dei fatti i carabinieri di Barcellona – composto da almeno quattro persone. E di quelle quattro persone, a 24 anni di distanza dal terrificante episodio, il pentito adesso ne rivela i nomi. Secondo il racconto del pentito quell’auto fu utilizzata per compiere l’omicidio di Nino Mirabile, “perché ritento organico al clan di Pino Chiofalo”. 

“Come detto tramite Nino Ofria, che mi prese a benvolere e con il quale vi era un rapporto di intensa frequentazione, sono entrato nell’organizzazione occupandomi inizialmente di furti tra cui una Passat di colore scuro, rubata con lo stesso Ofria, che venne utilizzata da Sem Di Salvo, dal defunto Nunziato Mazzù, da Filippo Barresi e Salvatore Gullotti, fratello di Pippo Gullotti, per commettere l’omicidio nella Salita del Carmine, all’esterno della casa di Nino Rizzo”. Sul movente del delitto D’Amico dice soltanto che la vittima fu eliminata per la sua vicinanza al clan Chiofalo. Secondo le cronache dell’epoca, l’omicidio avvenne pochi istanti prima delle 7 del 5 settembre del 1991. Gli esecutori materiali, almeno quattro, utilizzarono un fucile calibro 12 ed una pistola di grosso calibro. Successivamente si sono allontanati a bordo di una Volkswagen Passat, rubata il giorno precedente e rinvenuta il 7 dicembre successivo completamente distrutta dalle fiamme. All’epoca non fu fatta nessuna ipotesi, anche perché le forze dell’ordine non erano ancora pronte a fronteggiare l’ondata di omicidi e di sparizioni avvenute in città in quegli anni bui, quando si negava persino l’esistenza della mafia. 

Nel tracciare la sua terrificante ascesa nell’organizzazione mafiosa, Carmelo D’Amico, ha raccontato che da “manovale” del crimine, ha iniziato dapprima a rubare, compiere rapine, collocare bottiglie incendiarie, per poi commettere una infinità di omicidi che hanno insanguinato le strade di Barcellona e dei paesi dell’hinterland. La sua prima partecipazione da “esterno” ad un delitto è stata l’uccisione di Nino Mirabile. La consacrazione è invece avvenuta qualche mese dopo, con la partecipazione diretta al delitto di Nino Grasso avvenuto il successivo primo dicembre del 1991. Negli anni successivi il ricorso alle armi e le continue eliminazioni, hanno portato Carmelo D’Amico a diventare il capo del braccio armato della mafia dei “Barcellonesi”. Lo stesso pentito ha raccontato ai sostituti procuratori della Dda Angelo Cavallo, Giuseppe Verzera e Vito Di Giorgio, di essere “rimasto ininterrottamente all’interno dell’organizzazione sino al mio arresto avvenuto nel gennaio del 2009 per l’operazione “Pozzo”. Il boss ha poi specificato che “dall’anno 2004 sono stato a capo della mafia barcellonese unitamente a Giovanni Rao e Tindaro Calabrese. Quest’ultimo però – specifica D’Amico – era alle mie dirette dipendenze nel senso che faceva tutto quello che gli dicevo io. Anche Sem Di Salvo era al vertice dell’organizzazione ed era collocato tra me e Giovanni Rao”.

Gazzetta del Sud - Messina

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