6 novembre 2015

Trattativa: Riccio, Ilardo e quegli attentati ''ispirati'' dallo Stato


6 novembre 2015 di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari


E su Mannino il cugino di Piddu Madonia diceva: “era controllato dalla famiglia di Agrigento”

Palermo. Udienza fiume al processo sulla trattativa Stato-mafia. E' il colonnello dei Carabinieri, oggi in pensione, Michele Riccio a salire sul banco dei testi. Ed è con lui che si riaccende il film del mancato arresto di Bernardo Provenzano a Mezzojuso (Pa) il 31 ottobre '95. E sono proprio le rivelazioni del confidente del col. Riccio, Luigi Ilardo, ad inchiodare alle loro responsabilità i vertici del Ros degli anni '90. E non solo quelli. Le parole del cugino del boss nisseno Piddu Madonia riaffiorano da un passato che appare quanto mai attuale dove non esiste un bianco e un nero ma una costante zona grigia.  

Il pm Nino Di Matteo comunica alla Corte di Assise presieduta da Alfredo Montalto che la Procura ha chiesto l'archiviazione in merito all'indagine per falsa testimonianza nei confronti dello stesso Riccio avviata su indicazione della quarta sezione del Tribunale che aveva assolto gli ex ufficiali del Ros Mori e Obinu al processo di primo grado per il fallito blitz a Mezzojuso. Negli anni precedenti la posizione del col. Riccio era già stata archiviata con riferimento alle querele per calunnia intentate da Mario Mori nel 2011 ed anche nel 2015. Si torna quindi a parlare del rapporto Grande Oriente e delle pionieristiche dichiarazioni di Luigi Ilardo sui mandanti esterni delle stragi del '92 e del '93. Riccio ricorda con dovizia di particolari che Ilardo gli aveva detto che "gli attentati erano finalizzati a ristabilire un contatto con ambienti istituzionali che si erano interrotti dopo le stragi". 

Il colonnello ricorda poi l'indicazione avuta dallo stesso Ilardo su Marcello Dell'Utri quale la persona di riferimento di Cosa Nostra nel periodo che era stato deciso di appoggiare la nascente Forza Italia. Sullo sfondo il ruolo ambiguo della Massoneria "deviata" e di tutte quelle entità esterne a Cosa Nostra che il confidente aveva avuto modo di conoscere nella sua breve vita prima di essere ammazzato. Ed è anche il ruolo della Procura di Palermo quale intermediario nella vicenda Ilardo-Mezzojuso a finire nuovamente sotto la lente di ingrandimento. Riccio ricorda di avere incontrato il 1° novembre 1995 l'allora sostituto procuratore di Palermo Giuseppe Pignatone per metterlo al corrente di quanto era accaduto a Mezzojuso il giorno prima. Al processo di primo grado Pignatone aveva sostenuto che, a fronte della loro disponibilità lavorativa “h24”, era del tutto normale vedersi con Riccio in un giorno festivo, ragion per cui non si era meravigliato della sua richiesta di appuntamento. Il dott. Pignatone aveva, però, specificato che lo stesso Riccio non gli aveva raccontato assolutamente nulla di Mezzojuso, né tanto meno gli aveva rivelato il nome della sua “fonte”. Di contraltare il col. Riccio aveva invece dichiarato di essere andato da Pignatone, cui faceva riferimento, proprio per rappresentargli l’accaduto specificando le generalità di “Oriente” (nome in codice di Luigi Ilardo, ndr). A conferma di queste dichiarazioni era venuto in aiuto il rapporto giudiziario nel quale Riccio aveva riversato quegli stessi fatti e circostanze ripetuti poi davanti ai magistrati. 

Di Matteo mostra in seguito un'informativa del Ros dell'11 marzo 1996 contenente nomi di mafiosi divisi per provincia, ma anche nomi dei politici tra cui Salvo Andò, Giovanni Gioia, Salvo Lima e Calogero Mannino. 

“Ilardo – sottolinea Riccio – mi aveva detto che Mannino era controllato dalla famiglia di Agrigento". 

A titolo di cronaca va indubbiamente ricordato che l'ex ministro democristiano è stato assolto dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa anche se la Cassazione ha ricordato che lo stesso Mannino aveva “accettato consapevolmente l’appoggio elettorale di un esponente di vertice dell’associazione mafiosa (il boss della famiglia agrigentina Antonio Vella, ndr) e, a tale fine, gli aveva dato tutti i punti di riferimento per rintracciarlo in qualsiasi momento”. 

Avvocato-teste
Durante l'udienza si verifica uno scambio verbale piuttosto animato tra l'avvocato difensore di Mori e Subranni, Basilio Milio, ed il legale di Riccio, Fabio Repici, quando il primo rappresenta alla Corte la presenza del secondo nella propria lista testi ravvisando una sorta di incompatibilità. 
Un'incompatibilità decisamente inesistente se si considera che l'articolato di prova su cui Repici dovrà essere ascoltato non ha nulla a che vedere con i fatti di Mezzojuso e la gestione del confidente Ilardo di cui oggi il colonnello ha riferito in aula. Il presidente Montalto, probabilmente per evitare polemiche, chiede al legale di allontanarsi dall'aula nonostante quest'ultimo abbia giustamente richiesto, affinché non fosse pregiudicato il diritto di Riccio di essere difeso dal proprio legale di fiducia (in aula c'era anche il sostituto Mariella Cicero), di invertire l'onere della prova in modo da essere ascoltato come teste prima della prosecuzione dell'esame del colonnello così come è stato adottato in casi similari dal Tribunale di Catania in un processo sul “Caso Messina”. Per i pm non vi è alcuna incompatibilità, ma il Presidente della Corte d'Assise sul punto è irremovibile.

Attentati "ispirati" dallo Stato 
Le gravi "anomalie" del Ros nel fallito blitz di Mezzojuso, così come le direttive dello stesso Mori nei confronti di Riccio a non redigere relazioni di servizio venendo così a creare dei buchi neri con l'Autorità giudiziaria riaffiorano dagli archivi del processo Mori-Obinu. Il racconto di come si arriva all'operazione di Mezzojuso sembra uscito dalla trama di un film nel quale, però, il regista dirige in totale sprezzo della sceneggiatura che era stata originariamente scritta. Dal canto suo il col. Riccio ricostruisce in sette ore, senza alcuna sbavatura, pezzi di vita professionale e umana andando a toccare i nervi scoperti di una fragile democrazia fondata sul sangue di troppi martiri. Quando viene affrontato il tema della difficoltà del Ros a risalire al covo di Provenzano (sic!), Riccio parla di una  "non volontà" e soprattutto di una "sconcertante inefficienza" da parte di chi stava coordinando l'operazione. E sull'epopea della (mancata) collaborazione di Ilardo il racconto del colonnello assume contorni ulteriormente tragici. Ecco che prende forma uno Stato dal volto di un Giano Bifronte che fa appositamente filtrare la notizia della collaborazione dello stesso Ilardo - prima che questa fosse stata formalizzata - favorendo di fatto il suo omicidio. Il 2 maggio 1996, 8 giorni prima che venisse assassinato a Catania, Ilardo incontra a Roma i magistrati Tinebra, Caselli e Principato, con loro c'è anche Mori. Ed è a quest'ultimo che Ilardo si rivolge prima di recarsi nella stanza dove lo attendevano i magistrati. "Ilardo – racconta in aula Riccio – di impeto gli dice (a Mori, ndr): 'molti degli attentati che Cosa Nostra ha commesso li avete ispirati voi', cioè lo Stato. Rimango in attesa di una reazione di Mori, che invece stringe i pugni, si guarda la punta delle scarpe, gira sui tacchi e se ne va". Da quel momento per Ilardo è solo una questione di giorni prima che la sua volontà di collaborare venga abortita in via del tutto "precauzionale". [link]
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