16 gennaio 2016

Carmelo D'Amico: ''Attilio Manca ucciso dai Servizi segreti''

manca attilio 3
16 gennaio 2015 

Ingroia: “Se riscontrate sono dichiarazioni-bomba che confermano la nostra pista”
di Lorenzo Baldo
“Poco tempo dopo la morte di Attilio Manca, avvenuta intorno all’anno 2004, incontrai Salvatore Rugolo, fratello di Venerina e cognato di Pippo Gullotti (condannato all'ergastolo quale mandante dell'omicidio di Beppe Alfano, ndr). Lo incontrai a Barcellona, presso un bar che fa angolo, situato sul Ponte di Barcellona, collocato vicino alla scuola guida Gangemi. Una volta usciti da quel bar Rugolo mi disse che ce l’aveva a morte con l’avvocato Saro Cattafi perché 'aveva fatto ammazzare' Attilio Manca, suo caro amico. In quell’occasione Rugolo mi disse che un soggetto non meglio precisato, un Generale dei Carabinieri, amico del Cattafi, vicino e collegato agli ambienti della 'Corda Fratres', aveva chiesto a Cattafi di mettere in contatto Provenzano, che aveva bisogno urgente di cure mediche alla prostata, con l’urologo Attilio Manca, cosa che Cattafi aveva fatto”. Rimbalzano forti le dichiarazioni del pentito Carmelo D'Amico rese ad ottobre del 2015 e pubblicate oggi sulle pagine della Gazzetta del Sud. L'ex capo dell’ala militare di Cosa Nostra barcellonese racconta due confidenze raccolte tra il 2004 e il 2006 nelle quali spiccano i Servizi segreti dietro l’omicidio dell’urologo barcellonese Attilio Manca. Queste clamorose rivelazioni sono emerse ieri mattina durante l’udienza davanti al Tribunale del Riesame di Messina. Il collegio presieduto da Antonino Genovese doveva occuparsi del ricorso della Procura generale contro la scarcerazione di Saro Cattafi. Come è noto l'ex avvocato barcellonese era stato condannato in primo grado a 12 anni come capo della mafia di Barcellona Pozzo di Gotto. Di fatto in appello Cattafi era stato riconosciuto un semplice affiliato, e solo sino all'anno 2000, e la pena gli era stata ridotta a 7 anni di reclusione. Fatto sta che il 4 dicembre 2015 gli stessi giudici della Corte d’Appello ne avevano disposto la scarcerazione.

Cattafi: il regista occulto
cattafi rosario centonove web
“Rugolo non mi specificò se l’urologo Manca era già stato individuato come medico che doveva curare il Provenzano – si legge ancora nei verbali di D'Amico – e il compito del Cattafi era soltanto quello di entrare in contatto con il Manca, o se invece fu lo stesso Cattafi che scelse e individuò il Manca come medico in grado di curare il Provenzano. Rugolo Salvatore ce l’aveva a morte con Cattafi perché, proprio alla luce di quel compito da lui svolto, lo riteneva responsabile della morte di Attilio Manca che riteneva sicuramente essere un omicidio e non certo un caso di overdose. Rugolo non mi disse espressamente che Cattafi aveva partecipato all’omicidio di Manca ma lo riteneva responsabile della sua morte per i motivi che ha sopra detto. Quando Rugolo mi disse queste cose, io ebbi l’impressione che mi stesse chiedendo di eliminare il Cattafi, cosa che era già successa in precedenza, così come ho già detto quando ho parlato di Saro Cattafi) perché ritenuto il responsabile della cattura di Nitto Santapaola”. Per la cronaca, Salvatore Rugolo, medico di base di Barcellona P.G., morì nel 2008 a 59 anni in un incidente stradale.

D'Amico, Nino Rotolo e Attilio Manca
damico carmelo
Oltre ai colloqui con Rugolo c’è un'altra confidenza di cui riferisce D’Amico: “Successivamente ho parlato di queste vicende quando sono stato detenuto presso il carcere di Milano-Opera in regime di 41 bis insieme a Rotolo Antonino. Mi confidò che erano stati i Servizi segreti a individuare Attilio Manca come il medico che avrebbe dovuto curare il latitante Provenzano. Rotolo non mi disse chi fosse questo soggetto appartenente ai Servizi ma io capii che si trattava della stessa persona indicatami dal Rugolo, ossia quel Generale dei Carabinieri che ho prima indicato; sicuramente era un soggetto delle istituzioni. Rotolo Antonino, sempre durante la nostra comune detenzione presso il carcere di Milano-Opera, mi disse che Attilio Manca era stato eliminato proprio perché aveva curato Provenzano e che ad uccidere quel medico erano stati i Servizi segreti”.

Il direttore del Sisde e il calabrese dalla faccia brutta
“In quella circostanza – prosegue D'Amico – Rotolo mi aggiunse che di quell’omicidio si era occupato, in particolare un soggetto che egli definì 'u calabrisi'; costui, per come mi disse Rotolo, era un militare appartenente ai Servizi segreti, effettivamente di origine calabrese, che era bravo a far apparire come suicidi quelli che erano a tutti gli effetti degli omicidi. Rotolo Antonino mi fece anche un altro nome coinvolto nell’omicidio di Attilio Manca, in particolare mi parlò del 'Direttore del Sisde', che egli chiamava 'U Diretturi'. Rotolo non mi disse come era stato ammazzato Manca, né mi fece il nome e cognome del 'calabrese' e del 'Direttore del Sisde', né io glielo chiesi espressamente. In questo momento mi sono ricordato che Rotolo, se non ricordo male, indicava il calabrese come 'U Bruttu', ma non so dire il motivo, e che era 'un curnutu', nel senso che era molto bravo a commettere questo tipo di omicidi”. Un velato riferimento all'agente dei Servizi soprannominato “faccia da mostro”?

Antonio Ingroia: “Se riscontrate, sono dichiarazioni-bomba che confermano la nostra pista”
ingroia c reuters
Seppur in attesa di leggere i verbali integrali, il ragionamento dell'avvocato che assiste la famiglia Manca assieme a Fabio Repici è alquanto esplicito: “Si confermano tutte le nostre ricostruzioni e si apre una pista consistente che si muove nel solco della nostra ricostruzione”. Per Ingroia “è curiosa e paradossale la circostanza che queste dichiarazioni vengano fuori all'indomani della notizia della richiesta di rinvio a giudizio nei miei confronti per calunnia per aver detto sostanzialmente le stesse cose che emergono (prospettate da un altro punto di vista) dalle rivelazioni di D'Amico”. “Sono abbastanza sconvolto dal tenore di queste dichiarazioni – sottolinea l'ex pm – che prospettano una realtà ben al di là di quella che noi sospettavamo. Abbiamo sempre pensato che ci fosse una mano dei Servizi segreti, ma dalle dichiarazioni di D'Amico - che vanno ovviamente verificate e riscontrate - emerge addirittura che c'è piuttosto la piena responsabilità dei Servizi nell'esecuzione materiale dell'omicidio Manca. Tutto ciò inquadra quell'omicidio  in un contesto ancora più grave, inquietante e ancora più complesso di quanto non lo avevamo ricostruito”. Il legale dei Manca parla appositamente di una conferma della loro “intuizione di fondo” che inquadrava un “depistaggio articolato e raffinato” suddiviso in due aspetti: quello “preventivo” relativo alla “messinscena della scena del delitto”, e quello “successivo” nelle indagini “con la manipolazione e la falsificazione delle prove per allontanare qualsiasi collegamento tra Manca e Provenzano”. “Ho sempre ritenuto impensabile che fosse un depistaggio di sola mafia”, sottolinea Ingroia. Che ribadisce la sua convinzione di aver sempre ritrovato “un forte odore di Servizi”. “Conseguentemente l'omicidio non poteva essere di sola mafia, ma ci doveva essere la stessa mano di quegli apparati” in quanto collegati alla rete di protezione di Provenzano. Che “non era di sola mafia, ma era anche di Servizi”. Una vera e propria “rete di protezione” che serviva a “tenere in piedi la trattativa e garantire attraverso il permanere della latitanza di Provenzano e della sua rete di protezione il perdurare dei garanti della trattativa”. “Provenzano era il garante sul versante mafioso della trattativa e quindi doveva rimanere al sicuro lui con la sua rete di protezione mafiosa e dei Servizi”.
pignatone giuseppe 1
Dopo il clamore mediatico, si apre quindi un possibile fronte giudiziario. “Stamattina – spiega l'avv. Ingroia – ho preso contatti con il procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone – che mi diceva di non conoscere queste dichiarazioni –, e con il procuratore di Messina, Guido Lo Forte, anticipando una nostra richiesta di acquisizione di questi verbali. Resta paradossale che queste dichiarazioni non siano mai venute a conoscenza della procura di Roma e che non siano state messe a disposizione della famiglia Manca, così come della Procura di Viterbo”. Certo è che Carmelo D'Amico ha riferito per la prima volta queste confidenze dopo i 180 giorni concessi ai collaboratori di giustizia per legge. Non ne aveva fatto cenno nemmeno questa estate al processo d'Appello nei confronti di Cattafi. Per Ingroia “è comprensibile che un pentito, di fronte ad uno scenario così terribile, nel quale si danno degli elementi che possono consentire di risalire all'identificazione di alti funzionari (si parla di generali dei Carabinieri e di un direttore del Sisde), non se la senta di dire certe cose in dibattimento. E' successo altre volte, con collaboratori anche più importanti, non possiamo meravigliarci. E' evidente che questo comporterà dei problemi nella valutazione dell'attendibilità delle sue dichiarazioni, ci saranno le solite polemiche sulle cosiddette 'dichiazioni a rate' dei pentiti. Il problema della possibile inutilizzabilità riguarda le dichiarazioni rese in fase di indagini preliminari e non le dichiarazioni rese a dibattimento. Verrebbe quindi meno il problema se D'Amico, in una pubblica udienza, venisse a ripeterle. Trovare i riscontri alle sue affermazioni è quello che conta”.

L'ultima speranza di una madre
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Al telefono la voce di Angelina Manca si incrina per l'emozione. Piange silenziosamente questa donna indomita che da 12 anni, assieme a suo marito Gino e a suo figlio Luca, continua a pretendere la verità sulla morte del suo primogenito. “Speriamo che non venga insabbiato un'altra volta”, sospira sfinita. Ma poi si fa forza: “stavolta, però, penso sia difficile che possano insabbiare... Credo che per la mafia sia arrivato il momento di parlare di Attilio... C'è qualcosa nella mafia che sta cambiando, è come se volesse che emerga l'omicidio di Attilio”. “Quando ho avuto la notizia delle dichiarazioni di D'Amico non sapevo se piangere o se essere contenta perchè questo ridava dignità ad Attilio. Erano da poco passate le dieci di ieri sera quando mi ha telefonato l'avvocato Repici, io ero già a letto perchè mi sentivo poco bene, ma mi sono subito alzata. E' stata un'emozione indescrivibile... In questi anni ho pianto poco per la morte di Attilio, per il dolore che avevo dentro... Ieri invece è stato come un pianto liberatorio, finalmente riuscivo a restituire dignità a mio figlio. Io e Gino siamo stati tutta la notte svegli a parlare, è stato come se avessimo rivisto tutto quello che avevamo detto dall'inizio: i Servizi segreti, il depistaggio, l'ultima telefonata fatta scomparire dai tabulati, quello che ci aveva detto Vittorio Coppolino una settimana dopo la morte di Attilio sulla possibilità che nostro figlio avesse potuto visitare Provenzano quando ancora nessuno sapeva della sua operazione...”. Angelina si ferma un attimo e prende fiato: “l'omicidio di mio figlio si poteva risolvere subito e invece è stato affossato dalle istituzioni. Ma ora non è più come prima, qualcosa da oggi è cambiato”.


Manca, ''L'ha ucciso lo Stato''


di Luciano Mirone
Lo Stato l’ha ucciso, lo Stato ha depistato, lo Stato gli ha negato giustizia. La storia del suicidio di Attilio Manca, con un’overdose di eroina, è una bufala costruita ad arte per sviare l’attenzione da un boss che per quarant’anni è stato protetto dalle istituzioni: Bernardo Provenzano.

Adesso non è più una ipotesi. Adesso quello che la famiglia, i suoi avvocati, pochissimi giornalisti e l’opinione pubblica hanno sempre detto, viene confermato dal collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico, ex boss di Barcellona Pozzo di Gotto, grande conoscitore di vicende inconfessabili che riguardano la Cosa nostra messinese. Il quale tira in ballo un generale dei Carabinieri, un boss-avvocato, un ufficiale dei servizi segreti e il circolo barcellonese “Corda fratres”. Praticamente le istituzioni. Con quali conseguenze, non è facile dire, ma conoscendo le dinamiche che contraddistinguono il coinvolgimento dei servizi segreti, non è difficile prevedere che anche questa volta certe forze sotterranee si stiano muovendo per screditare il pentito o per mettere tutto a tacere.
Ai magistrati peloritani, D’Amico dice che il trentaquattrenne urologo siciliano Attilio Manca, originario di Barcellona ma residente a Viterbo, dove da due anni prestava servizio presso l’ospedale Belcolle, è stato ucciso dai servizi segreti deviati perché ha avuto un ruolo – sia nell’intervento in Francia, sia nella diagnosi e nella cura in Italia – nell’operazione di cancro alla prostata alla quale, nell’autunno del 2003, si sottopose a Marsiglia il capomafia corleonese Bernardo Provenzano, allora latitante e nascosto sotto il falso nome di Gaspare Troia.
Manca – secondo D’Amico – sarebbe stato eliminato perché avrebbe scoperto sia la vera identità di “Troia”, che il fitto reticolo di alleanze istituzionali che lo avrebbe protetto per quattro decenni.
Adesso tutto torna
Ecco allora che tutto torna. Torna la circostanza di quella telefonata che Attilio avrebbe fatto ai familiari dal Sud della Francia nei giorni in cui Provenzano era sotto i ferri a pochi chilometri da lui, telefonata che i magistrati di Viterbo si sono rifiutati di acquisire. Torna la circostanza del falso rapporto redatto dall’ex capo della Squadra mobile di Viterbo, Salvatore Gava (condannato in Cassazione per aver falsificato un altro rapporto: quello del pestaggio dei ragazzi della scuola Diaz di Genova durante il G8 del 2001). In quel verbale, Gava scrisse che il medico non si sarebbe mosso dall’ospedale Belcolle nei giorni in cui il boss corleonese si operava a Marsiglia. Secondo un’inchiesta della trasmissione “Chi l’ha visto” – mai smentita dagli interessati – è vero esattamente il contrario: consultando il registro delle presenze ospedaliere i giornalisti del programma hanno stabilito che l’urologo, proprio in quei giorni, era assente dal posto di lavoro. Torna la circostanza della sparizione di un’altra telefonata dai tabulati, l’ultima che Attilio avrebbe fatto ai familiari, la mattina dell’11 febbraio 2004, circa dodici ore prima di morire. Una telefonata dalla quale – se fossero stati acquisiti i tabulati – si sarebbe potuto individuare il luogo di provenienza e far partire le indagini proprio da lì. Invece niente. Si è preferito non andare oltre le apparenze e far morire Attilio Manca per droga. Torna la frase pronunciata da un consulente al quale – a proposito delle telefonate scomparse – i Manca si sono rivolti: “Solo un’entità, in Italia, è in grado di fare sparire la traccia di una telefonata: i servizi segreti”.

Sì, ora tante cose tornano, fin troppe. E tante persone cominciano a tremare.

Perché la “Corda fratres”?
Secondo D’Amico, “l’alta mafia” avrebbe fatto da anello di congiunzione fra l’ala militare di Cosa nostra e l’ala “istituzionale”. La dinamica raccontata dal pentito sarebbe stata questa: Provenzano essendo affetto da problemi alla prostata, aveva bisogno di un bravo urologo in grado di assisterlo, non solo durante l’operazione, ma per la diagnosi e per le cure post operatorie. A quel punto sarebbe entrato in gioco un misterioso Generale dei Carabinieri vicino alla “Corda fratres”, il quale avrebbe contattato l’avvocato barcellonese Rosario Pio Cattafi, da sempre trait d’union fra i servizi segreti deviati e la mafia santapaoliana, presente a Barcellona con un esercito sanguinario e organizzato.

In parole povere, lo Stato avrebbe chiesto un favore alla mafia, che a sua volta avrebbe girato la richiesta allo Stato deviato. Non è la prima volta che succede. Basta vedere i casi Pecorelli, Rostagno, Mattei, De Mauro…

Ma perché D’Amico sente l’esigenza di tirare in ballo la “Corda fratres”? In altre parole: il sodalizio barcellonese, in questa vicenda, ha un ruolo? Dalle parole del collaboratore di giustizia non è emerso. Ma allora – se nel racconto di D’Amico la “Corda fratres” è ininfluente – perché il pentito associa il nome del sodalizio con la figura misteriosa del Generale? E poi: questo Generale avrebbe agito da solo o per conto di altri?
Attilio Manca fu trovato morto nel letto del suo appartamento di Viterbo la mattina del 12 febbraio 2004. con due buchi al braccio sinistro – braccio sbagliato in quanto il medico era un mancino puro – il setto nasale deviato, le labbra gonfie e tumefatte, delle ecchimosi ai polsi e alle caviglie, due siringhe a pochi metri dal cadavere, sulle quali la Procura di Viterbo, per ben otto anni, si è ostinatamente rifiutata di far prendere le impronte digitali, mentre le tracce del Dna rilevate su alcuni oggetti hanno dato esito “neutro”, una formuletta ambigua che vuol dire tutto e il contrario di tutto. Mai nessuno ha spiegato perché nell’appartamento non sono stati trovati gli indumenti intimi della vittima.

Il gravissimo racconto di D’Amico
I particolari raccontati da D’Amico sono ben più gravi di qualsiasi tesi – anche fosca – formulata da chi, in base agli elementi emersi, aveva ipotizzato la mafia come autrice del delitto e i servizi segreti come depistatori. Quello che emerge, invece, è un quadro molto più complesso, in cui pezzi dello Stato e l’Antistato agiscono in stretta sintonia e pianificano un delitto nei minimi particolari, anche perché – dispiace dirlo – certe istituzioni, consapevolmente o inconsapevolmente, accettano ogni forma di deviazione. È questo che emerge dalle parole di D’Amico.

La procura, il Gip, e l’ex capo della Squadra mobile di Viterbo devono spiegare perché, senza lo straccio di una prova, hanno sempre parlato di “sicuro” suicidio causato da una “inoculazione volontaria” di eroina mista ad alcol e tranquillanti che il medico si sarebbe somministrato da solo. Perché il pm titolare delle indagini Renzo Petroselli, il procuratore della Repubblica Alberto Pazienti, il Gip Salvatore Fanti e l’ex capo della Squadra mobile Salvatore Gava, si sono ostinati a non cercarle, le prove, anche al cospetto di una famiglia e dei suoi avvocati che hanno indicato le strade per arrivare ad una verità alternativa. Devono spiegare perché è stato imbastito un processo surreale (“per droga”) non ai possibili assassini, ma alla vittima – anche se formalmente l’imputata in quel dibattimento è una donna, Monica Mileti, secondo gli inquirenti la persona che avrebbe venduto la dose letale all’urologo – dando credito a un pugno di “amici” barcellonesi, autori di dichiarazioni così contraddittorie che il processo (per falsa testimonianza) avrebbero dovuto farlo a loro. In quelle dichiarazioni Attilio Manca viene accusato di essere un eroinomane e di usare la mano destra per iniettarsi lo stupefacente. Tutto estrapolato dal contesto e manipolato attraverso l’assolutizzazione di un dettaglio banale come quello delle canne che il medico si faceva ai tempi del liceo; dichiarazioni alle quali è stato dato ampio credito, malgrado l’assoluta mancanza di affidabilità delle fonti barcellonesi, e le numerose deposizioni di segno opposto provenienti da colleghi, infermieri e primari autorevolissimi di Roma e di Viterbo.
Una sapiente regia?
Sarebbe carino sapere in quale contesto certe dichiarazioni partite da Barcellona ed utilizzate a Viterbo, sono saltate fuori, cioè se dietro a quelle deposizioni esiste una sapiente regia o se quelle parole sono sgorgate spontaneamente dalle bocche immacolate degli “amici” di Attilio. Ufficialmente “amici” di Attilio, sostanzialmente amici di quella pletora di mafiosi e di Colletti bianchi che contribuisce a tenere alto il prestigio della “Corda fratres”.

Peccato che uno degli “amici” barcellonesi di Attilio, tale Ugo Manca, oltre ad essere cugino del medico, oltre ad avere lasciato una impronta palmare nell’appartamento dell’urologo, risulti organico alla mafia barcellonese.
Ma le “perle” giudiziarie non si fermano qui. Al processo contro Monica Mileti – tuttora in corso – il Giudice monocratico, su richiesta del Pm Petroselli, ha escluso la famiglia Manca dalla parte civile poiché la stessa – è stato scritto – non avrebbe subito alcun danno dalla morte del congiunto. Il quadro è stato completato da una querela per diffamazione contro l’avvocato Antonio Ingroia, legale della famiglia (assieme a Fabio Repici), reo di aver pronunciato in dibattimento il termine “insabbiato”, ritenuto gravemente lesivo per il buon nome delle istituzioni viterbesi che si sono occupate del caso Manca. [link]

D'Amico, Ingroia: ''un intreccio tra mafia e Servizi''


di Nuccio Anselmo
Antonio Ingroia, legale della famiglia, commenta le ultime rivelazioni. D’Amico è credibile? ''Direi proprio di sì'', sostiene l’ex pm della Trattativa.
testo ingroia art gazz sud

Tratto da: gazzettadelsud.it

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