3 febbraio 2018

Armi, champagne e Santapaola. Mafia barcellonese, i verbali



2 febbraio 2018 - di Antonio Condorelli

Estorsioni, fucili a canne mozze, latitanti e rapporti strettissimi tra catanesi, messinesi e palermitani.


CATANIA – Contatti strettissimi tra i boss di Barcellona pozzo di Gotto ed esponenti del clan Santapaola, estorsioni, traffico di droga e spartizione del territorio. Messina da sempre rappresenta la seconda casa dei catanesi, un luogo sicuro per le latitanze, scelto non a caso da Nitto Santapaola. Tra i due clan c'è sempre stato un rapporto risalente nel tempo, contemplato dall'indagine Longano del Ros di Messina già nel 1993, che documentava “uno stabile rapporto tra personaggi di spessore criminale del barcellonese quali Giuseppe Gullotti, Eugenio Barresi, Giovanni Rao, Domenico Tramontana, Carmelo Giambò, Salvo Aurelio e il clan mafioso Santapaola”. Due di loro, Salvo Di Salvo e Aurelio Salvo, sono stati condannati “proprio per avere favorito la latitanza di Nitto Santapaola”.



RAPPORTO PARITARIO – I barcellonesi hanno mantenuto contatti costanti con le più importanti famiglie mafiose siciliane, con i Santapaola, il rapporto era paritario, stesso discorso con i Lo Piccolo di Palermo e i Virga – Farinella di San Mauro Castelverde. 
I contatti sarebbero stati mantenuti da esponenti di primo piano come Giuseppe Gullotti e Saro Cattafi. Agli atti c'è un incontro tra Giuseppe Impalà, indagato nell'operazione Gotha 7 e Giuseppe Finocchiaro, “soggetto gravato da pregiudizi di associazione mafiosa – scrivono i magistrati – e arrestato per aver favorito la latitanza di Mario Ercolano”. L'autovettura di cui si sarebbe servito Finocchiaro, sarebbe stata intestata al boss Aldo Ercolano, indicato come “referente in loco del famigerato clan mafioso Ercolano/Santapaola”.


Rosario Pio Cattafi



ARMI, CHAMPAGNE E SANTAPAOLA – Il rapporto tra barcellonesi e santapaoliani non è stato sempre semplice. Carmelo D'Amico e il suo gruppo, all'interno della discoteca Inside di Milazzo, erano pronti a “ricevere – scrivono i magistrati – anche con le armi, un gruppo di messinesi che, nelle serate precedenti, aveva creato scompiglio all’interno del locale. Secondo il racconto del collaboratore, la vicenda non degenerò perché in quella occasione intervennero personaggi del “calibro” di Enzo Santapaola, nipote dello storico capo mafia catanese Nitto, e Daniele Santovito, i quali chiesero di non punire quei soggetti”. Fu trovato l'accordo e, a quel punto, Carmelo D'Amico presentò Santo Napoli a Enzo Santapaola come “un amico dell'organizzazione”. “Napoli si mise subito a disposizione – svelano i pentiti – e in quell'occasione, lo champagne scorse a fiumi”. 



Santino Napoli


SANTO LA CAUSA – Quando c'era da mettere sotto estorsione un'impresa messinese che doveva eseguire lavori a Catania, barcellonesi ed esponenti dei Santapaola entravano in contatto, in questo caso, il contatto era il boss Santo La Causa, oggi pentito. Ed è proprio un collaboratore di giustizia, Carmelo D'Amico, a svelare i retroscena dell'estorsione commessa da Filippo Milone ai titolari di un'impresa di calcestruzzo, che “hanno cominciato a pagare a Filippo Milone la somma di un milione al mese, poi 500 euro, sino all'anno 2005, quando quell’impianto venne chiuso. Inoltre l ’impresa pagava una somma di denaro pari al 2% di ogni lavoro pubblico che si aggiudicava. Conosco questi fatti perché negli anni ‘96/’97 Filippo Milone mi presentò uno dei fratelli Cappellano, in quanto, avendo questi la necessità di eseguire dei lavori a Catania ed essendo io all’epoca il referente dei barcellonesi con i Santapaola nella persona di Santo La Causa, voleva sistemare ’’ l'estorsione con i Catanesi .Fu in quella occasione che Filippo Milone mi disse che gli imprenditori erano sottoposti ad estorsione, cosa a me già nota”. 
Carmelo D'Amico



I LAUDANI – Il pentito Franco Munafò parla dei contatti tra i barcellonesi e “Salvuccio” Laudani, esponente dell'omonima famiglia mafiosa catanese. Intermediario nei contatti sarebbe stato Giovanni Fiore, che lavorava come buttafuori in una discoteca messinese. “Fiore – dice il pentito - era intervenuto, insieme al catanese Salvuccio Laudani, presentatosi come un esponente dell’omonima cosca mafiosa catanese (“Salvuccio Laudani si è presentato sempre come esponente della omonima mafiosa catanese; sono in grado di riconoscerlo in fotografia”), in una controversia -sulla cui natura non aveva un preciso ricordo- tra i soci della discoteca “Epic” di Milazzo (tale famiglia Di Salvo), e Puliafito Sebastiano. “Il Fiore e il Laudani– aggiunge il collaboratore - avevano preteso dal Puliafito il pagamento di una somma di denaro pari a 25/26 mila euro, da consegnare alla famiglia Di Salvo (Infatti, qualche tempo dopo Salvuccio Laudani e Giovanni Fioresi presentarono direttamente in discoteca pretendendo da Puliafito Sebastiano e dalla moglie la corresponsione della somma in contanti di circa 25-26 mila euro, somma che il Puliafito doveva alla famiglia Di Salvo e che era legata in qualche modo alla gestione della discoteca. In quella occasione io ero presente in discoteca in qualità dì buttafuori ed infatti Puliafito Sebastiano mi chiese di intervenire in sua difesa, cosa che io non feci, dicendogli che ero lì per risolvere eventuali problemi legati alla gestione della discoteca, non certo per risolvere i suoi affari personali. Io, in quel momento, sapevo chi fosse Giovanni FIORE mentre non conoscevo Salvuccio Laudani)”.



Poco tempo dopo, Salvuccio Laudani sarebbe stato “rimproverato” perché operava in un territorio non catanese. Ad un appuntamento, i barcellonesi si sarebbero recati armati, perché avevano appreso che Laudani era pronto a uccidere Puliafito. “Mi recai a quell ’incontro armato con una 7.65, proprio quella che ho fatto ritrovare alle Forze dell’Ordine nel mese di luglio dì quest’anno; Alessio Alesci, Marco Chiofalo e D’Amico Bartolo avevano portato un fucile a canne mozze che avevano nascosto lì vicino dietro alcuni mattoni forati Eravamo andati armati a quell‘incontro perché sapevamo che Salvuccio Laudani era una persona pericolosa e addirittura aveva deciso di uccidere il Puliafito”.



TRAFFICO DI DROGA – Franco Munafò parla anche del traffico di droga con i catanesi, in particolare con Laudani, Giovanni Fiore, accusato di associazione mafiosa, avrebbe avuto un ruolo importante. “Quando ci incontravamo – dice il pentito - io e Giovanni Fiore parlavamo insieme ad Alessio Alesci di alcuni traffici di droga che dovevamo avviare. Preciso che in quel periodo Giovanni Fiore già si occupava dì droga, erba e cocaina, con personaggi catanesi, fra cui Salvatore Laudani di cui ho già parlato, nonché con personaggi calabresi, in particolare un tale Giovanni. In quel periodo, Giovanni Fiore trafficava in droga con Alessio Alesci e D’Amico Bartolo).



I PUNTINA – Il pentito Salvatore Centorrino, esponente barcellonese, racconta ai magistrati come diventa amico di esponenti della Cosa nostra etnea. “I miei contatti con la malavita catanese – dice il collaboratore - nascono nel 1999 anzi 1989, allorché ottenni un permesso per uscire dal carcere di Gazzi, poiché dovevo contrarre matrimonio, avevo già preso accordi con catanesi conosciuti in carcere ed in particolare con Corrado Favara del Clan dei "puntina”, perché mi venisse assicurata una copertura durante la latitanza”. [link]
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