27 marzo 2018

Caso Manca all’Antimafia: una disfatta per la verità e la giustizia

Rosario Pio Cattafi

27 MARZO 2018

di Lorenzo Baldo


Dal mancinismo al depistaggio, nuovi spunti nei capitoli della relazione di minoranza

Procedendo nella lettura della relazione si riparte dal mancinismo e da “l’inesistente rapporto con l’eroina di Attilio Manca”. Gli estensori sottolineano un altro dato certo: Attilio Manca è morto “per effetto di due iniezioni di eroina praticate al polso sinistro e nell’incavo del gomito sinistro”. “Nonostante una incresciosa “campagna” per cercare di occultare la verità– viene sottolineato -Attilio Manca era un mancino puro e, come riferito all’unanimità da tutti i suoi colleghi, del tutto inabile a compiere con la mano destra anche i gesti più banali. I suoi colleghi hanno riferito agli inquirenti di ritenere del tutto impossibile che Attilio Manca potesse essersi iniettato la droga nel braccio sinistro con la mano destra”.


Ambidestro? Una vergognosa menzogna
Nessuna via di mezzo: “La menzogna del presunto ambidestrismo di Attilio Manca, lanciata per la prima volta da personaggi barcellonesi coinvolti nelle indagini sulla morte del medico e per ciò solo portatori di interesse al depistaggio, è stata incresciosamente raccolta perfino dal GIP Salvatore Fanti, il quale, smentendo le risultanze ufficiali, asseverò nel provvedimento di archiviazione che Attilio Manca dovesse essere ambidestro perché esperto nella pratica chirurgica della laparoscopia”. Non usano giri di parole gli estensori della relazione soprattutto quando affrontano la questione della “ipotetica assunzione di eroina da parte del Manca”. In merito a ciò “tutti i colleghi viterbesi smentivano la possibilità che l’urologo potesse essere un consumatore di droghe, dato che nessun foro era mai stato visibile sulle braccia dell’uomo da parte dei colleghi che operavano quotidianamente in sala operatoria con lui, né aveva mai manifestato alcun segnale di crisi di astinenza. Diversamente gli amici di infanzia barcellonesi della vittima hanno fornito dichiarazioni incresciose circa l’utilizzo abituale di eroina da parte del Manca”. “Addirittura - viene evidenziato - uno di loro, Lelio Coppolino, in atto imputato di falsa testimonianza a Messina in relazione all’omicidio del giornalista barcellonese Beppe Alfano, ha reso alla polizia due versioni completamente antitetiche una rispetto all’altra: una prima volta, disse che Attilio fosse del tutto estraneo alla droga e anzi ne avesse disprezzo; una seconda volta, allorché il cugino di Attilio, Ugo Manca, finì indagato, disse che Attilio era frequente assuntore di eroina”. 

LELIO COPPOLINO
Il (possibile) ruolo del cugino
Leggendo il documento emerge che lo stesso Ugo Manca ha dichiarato agli inquirenti che suo cugino, Attilio Manca, era “un consueto assuntore di eroina” e “di recente, intervistato da una nota trasmissione televisiva, “Le Iene”, lo ha etichettato, senza appello, come “il drogato”. Eppure Ugo Manca, mesi addietro, aveva scelto di intraprendere un viaggio di mille chilometri, dalla Sicilia a Viterbo, per farsi operare ad un testicolo dal cugino, pur sapendolo, da quanto da lui dichiarato, eroinomane. Si può dare credito, quindi, alle sue parole? Non si comprendono pertanto i motivi per i quali sia stato dato più peso alle dichiarazioni degli amici di infanzia della vittima (tutti riconducibili al contesto barcellonese), rispetto a quelle di chi frequentava il Manca quotidianamente negli anni precedenti la sua morte”.

Lo stato dei luoghi al ritrovamento del cadavere
Si torna quindi ad affrontare il mistero della location di Viterbo. Sono troppe le anomalie per essere la casa di un tossico che decide di suicidarsi, due su tutte: le siringhe ritrovate con il tappo salva-ago, così come l’assenza di alcuna traccia della preparazione delle due dosi. Che sarebbero state acquistate già confezionate nelle siringhe? Impossibile. “L’alternativa – scrivono gli estensori - consisterebbe nella presenza di qualcuno insieme a Manca al momento dell’assunzione dell’eroina, che poi avrebbe fatto sparire le tracce degli strumenti utilizzati alla liquefazione della droga. 

Essendo accertato che Monica Mileti non mise mai piede a Viterbo nel febbraio 2004 prima della morte di Attilio Manca, si dovrebbe ipotizzare che un soggetto rimasto fino a oggi sconosciuto sia stato in compagnia di Attilio Manca nel momento in cui egli predispose e si inoculò l’eroina mortale”. E le impronte mancanti sulle due siringhe? “Si può pensare che Attilio Manca avesse adoperato dei guanti per evitare di lasciare impronte digitali? Per quale motivo? E, soprattutto, quei guanti che fine avrebbero fatto, visto che nell’appartamento non vennero trovati?”. Domande inequivocabili alle quali non è mai stata fornita alcuna replica convincente. 
UGO MANCA

L’impronta di Ugo Manca
E quell’impronta del cugino di Attilio ritrovata nel bagno dell’appartamento di Viterbo?
L’interessato - spiegano gli estensori - ha riferito, anche agli organi di informazione, di averla lasciata a metà dicembre 2003, ben due mesi prima della morte del cugino, allorché fu ospitato una notte dallo stesso in previsione di un intervento chirurgico che gli venne praticato proprio da Attilio Manca all’ospedale Belcolle. Eppure nello stesso appartamento non sono state trovate impronte dei genitori di Attilio Manca, ospiti del figlio a Natale 2003, e nemmeno dei suoi amici che trascorsero la serata a casa di Manca addirittura il 6 febbraio 2004”.

MONICA MILETI
Il processo a carico di Monica Mileti 
Nel documento viene evidenziato che la procura di Viterbo, dopo aver fatto trascorrere ben dieci anni, ha faticosamente avviato un processo a carico di Monica Mileti, accusata di aver ceduto le dosi di eroina che avrebbero causato la morte di Attilio Manca e anche la morte come conseguenza di altro delitto. “Ma proprio a causa del tempo fatto decorrere dalla procura di Viterbo - scrivono gli estensori -, in udienza preliminare il GUP di Viterbo dovette dichiarare la prescrizione per la seconda delle imputazioni”. Viene quindi sottolineata la gravissima esclusione dei familiari di Attilio Manca, che si erano costituiti parte civile, su richiesta del PM Petroselli “il quale ha sostenuto, confortato dalla decisione del giudice, che essi non avevano subito danni dalla cessione di droga della Mileti al figlio (contrastando quanto lo stesso pubblico ministero aveva contestato alla Mileti in udienza preliminare con la morte di Attilio Manca come conseguenza della cessione di droga)”. “Si è proseguito con la mancata citazione, da parte della difesa dell’imputata, dei numerosi testimoni a discarico di cui poteva disporre: i colleghi di Attilio Manca che escludevano che l’urologo barcellonese assumesse droga; i collaboratori di giustizia che avevano dichiarato all’autorità giudiziaria che la morte per droga di Attilio Manca fosse la dissimulazione di un omicidio”. Nel documento si legge quindi che la difesa dell’imputata ha perfino omesso di rivolgere alcuna domanda alla madre di Attilio Manca quando fu citata dal tribunale a deporre, con una testimonianza durata pochi minuti “dopo che l’anziana donna era stata costretta a sobbarcarsi un viaggio di mille chilometri”.

Il contesto di Barcellona Pozzo di Gotto
Il punto sul quale la giustizia viterbese ha omesso ogni accertamento – scrivono ancora gli estensori - riguarda, forse non a caso, la mafia barcellonese. Attilio Manca una decina di giorni prima di morire, in modo del tutto inusuale, aveva chiesto informazioni ai propri genitori circa un personaggio barcellonese a nome Angelo Porcino (l’imprenditore condannato in appello con l’accusa di far parte a pieno titolo della famiglia mafiosa dei “Barcellonesi”, ndr). Era stato - aveva aggiunto - il cugino Ugo Manca a preannunciargli una visita di Porcino a Viterbo per un non meglio precisato consulto. La stranezza della richiesta consisteva nel fatto che quell’Angelo Porcino, più che ai genitori di Attilio Manca, persone del tutto ignare delle dinamiche sotterranee della società barcellonese, era noto alle cronache giudiziarie come mafioso, con legami coi soggetti di vertice della famiglia barcellonese di cosa nostra, quali Giuseppe Gullotti, condannato definitivamente per l’omicidio del giornalista Beppe Alfano, e Rosario Pio Cattafi
Giuseppe Gullotti

Riscontro oggettivo a quell’evenienza, peraltro, risulta dai dati di traffico telefonico, giacché proprio dieci giorni prima di morire effettivamente Attilio Manca aveva ricevuto delle telefonate dal cugino Ugo. Dagli stessi dati, peraltro, risulta che i due, Ugo Manca e Angelo Porcino, avevano una rete di contatti comuni con utenze site in Svizzera e in Francia e risulta anche, come era stato riferito fin dall’immediatezza agli inquirenti da Gianluca Manca, fratello della vittima, che nella mattina successiva al ritrovamento del cadavere di Attilio MancaUgo Manca, precipitatosi a Viterbo, si era mantenuto in costante contatto telefonico con Angelo Porcino, aggiornando quest’ultimo sulle informazioni che riusciva a raccogliere al riguardo della morte di Attilio Manca. C’è da ritenere, dunque, che anche il tentativo di Ugo Manca (al quale la procura di Viterbo ha omesso di dare una ragionevole spiegazione) di introdursi nell’appartamento di Attilio Manca sottoposto a sequestro, veniva concordato con Angelo Porcino”. 
Angelo Porcino

Indagato? Archiviato!
Nella relazione si legge che la procura di Viterbo aveva iscritto nel registro degli indagati, per l’omicidio di Attilio Manca, alcuni dei soggetti barcellonesi amici d’infanzia di Attilio MancaUgo MancaLorenzo MondelloAndrea PirriAngelo Porcino e Salvatore Fugazzotto. Per i cinque barcellonesi era poi sopraggiunta l’archiviazione. “Va rilevato - sottolineano gli estensori -, come, nel chiedere la suddetta archiviazione, i pubblici ministeri di Viterbo abbiano utilizzato “le dichiarazioni, raccolte aliunde, di soggetti barcellonesi. Non solo. Fra i soggetti le cui dichiarazioni sono state utilizzate per la richiesta di archiviazione c’è perfino Salvatore Fugazzotto, persona sottoposta a indagini nel presente procedimento le cui dichiarazioni, rese quale persona informata sui fatti, sono state ritenute utili per l’archiviazione. Un caso unico di indagato che fa pure da testimone a propria discolpa”. 
Quanto alla figura di Rosario Pio Cattafi, nato a Barcellona Pozzo di Gotto il 6 gennaio 1952, è utile evidenziare alcuni dettagli del suo passato”.

L’avvocaticchio
Un occhio di riguardo viene quindi dedicato nel documento a Rosario Pio Cattafi, il quale, oltre ad essere imputato nel processo “Gotha 3” per associazione mafiosa (il giudizio è ancora in fase di definizione, essendo in corso il processo di appello, dopo il rinvio della Cassazione, avvenuto il 1 marzo 2017) 

vanta un “curriculum” alquanto inquietante: viene indicato da alcuni collaboratori di giustizia come una sorta di trait d’union tra mafia, Servizi “deviati” e Massoneria.

Nell’esposto presentato dai legali della famiglia Manca alla Dda di Roma l’8 aprile 2015  venivano segnalati “i contatti intercorsi nelle ultime settimane di vita fra Attilio Manca e Ugo Manca e anche la visita a Viterbo, preannunciata da Ugo Manca, che avrebbe fatto ad Attilio Manca per non meglio precisate ragioni il pregiudicato Angelo Porcino, condannato il 19 dicembre 2014 dalla corte di assise di Messina anche per associazione mafiosa (sentenza confermata in appello il 2 luglio 2016), quale componente della famiglia di cosa nostra di Barcellona Pozzo di Gotto. Angelo Porcino è solo uno dei soggetti organici alla famiglia mafiosa barcellonese cui da sempre Ugo Mancaè stato legato”. Al di là del fatto che il cugino di Attilio Manca non è mai stato condannato per mafia resta intatto l’interesse nei suoi confronti da parte degli estensori per i suoi “legami” con “uno dei capi della famiglia mafiosa barcellonese, Rosario Pio Cattafi”.

Le rivelazioni dei collaboratori di giustizia
Dopodichè è la volta del pentito bagherese Stefano Lo Verso che, nel corso del suo esame davanti alla Corte di assise di Caltanissetta nel processo Borsellino quater, parlando delle cure a Bernardo Provenzano per il tumore alla prostata dell’allora latitante corleonese, fece riferimento a “una statuetta che egli aveva ricevuto dal boss corleonese e che, per la sua provenienza, poteva aiutare a fare luce sull’assassinio di Attilio Manca.

Dopo di lui, fu la volta del collaboratore di giustizia barcellonese Carmelo D’Amico. Quest’ultimo “era il leader del gruppo di fuoco della famiglia barcellonese di Cosa nostra”. Le sue dichiarazioni sono finora sempre state valutate come altamente attendibili da tutti i giudici che se ne sono occupati. D’Amico, sentito dalla direzione distrettuale antimafia di Messina sul conto di Rosario Pio Cattafi 
Antonino Lo Giudice

ha dichiarato che Attilio Manca è stato assassinato dopo che, per interessamento di Cattafi e di un generale legato al circolo barcellonese Corda Fratres, era stato coinvolto nelle cure dell’allora latitante Provenzano. Manca era stato poi assassinato, con la subdola messinscena della morte per overdose, da esponenti dei servizi segreti e in particolare da un killer operante per conto di apparati deviati, le cui caratteristiche erano la mostruosità dell’aspetto e la provenienza calabrese”. 

Stefano Lo Verso
A questo soggetto – si legge nella relazione – è stato poi, ove occorresse, dato un nome dal collaboratore di giustizia calabrese Antonino Lo Giudice, il quale ha spiegato ai magistrati di aver appreso dall’ex poliziotto Giovanni Aiello che costui si era occupato, insieme ad altri delitti, anche dell’uccisione dell’urologo barcellonese Attilio Manca su incarico di tale “avvocato Pataffio”, facilmente identificabile in Rosario Pio Cattafi“. “Com’è noto - viene sottolineato -, il nome di Aiello è legato ai più grossi delitti siciliani degli anni Ottanta e Novanta”. E le tante ombre che lascia dietro di sé Giovanni Aiello (dopo la sua morte avvenuta per cause naturali lo scorso 21 agosto) arrivano a coprire anche la morte di Attilio Manca.
Giovanni Aiello

Carmelo D'Amico 
Le (gravi) conclusioni
È evidente come la vicenda della morte di Attilio Manca segni un vero e proprio fallimento nell’accertamento della verità dato che, dopo 14  anni, vi sono ancora  troppi  interrogativi aperti”. Probabilmente basterebbero queste poche righe tratte dalla conclusione della relazione di minoranza per sintetizzare l’effettiva disfatta della giustizia nel caso Manca. Occhi puntati ora sul gip romano Elvira Tamburelli che nelle prossime settimane dovrà decidere se archiviare il caso o se imporre nuove indagini. Il “giudizio politico” degli estensori del documento pesa come un macigno sulla “condizione di solitudine e di abbandono in cui troppo spesso lo Stato ha lasciato i familiari delle vittime di mafia” costretti a elemosinare verità e giustizia. Una “condizione” indegna di un Paese civile. Che ridisegna inequivocabilmente i confini tra mafia e Stato. [link]
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