7 marzo 2018

Sentenza Gotha.. storica.Per la prima volta il sistema criminale integrato raffinato, segreto e camaleontico viene condannato

Giorgio De Stefano - Paolo Romeo

6 marzo 2018 di Roberto Galullo

Chi guarda il bicchiere mezzo vuoto si sta già affrettando a dire che è solo il primo grado di giudizio. Giusto.
Ma anche chi guarda quello stesso bicchiere mezzo pieno dirà che è solo il primo grado di giudizio. Altrettanto giusto.
Io, come sempre nella mia vita, me ne fotto di tutti, degli uni e degli altri e scrivo che la sentenza in primo grado del procedimento Gotha, emessa giovedì 1° marzo dal tribunale di Reggio Calabria, comunque vada il secondo grado, la Cassazione, le fatture del mago e il futuro giudizio divino è storica perché, per la prima volta, cementa la pubblica accusa e la magistratura giudicante in uno stesso afflato che considera la mafia rupestre, ancestrale e rituale un granitico substrato sul quale poggia un sistema criminale integrato raffinato, segreto e camaleontico.
Un sistema capace di colpire al cuore dello Stato, facendosi di volta in volta un corpo e un’anima con le mafie per orientare la vita economica e sociale di questo Paese allo sbando. Di questo Paese, attenzione, e non della misera e miseranda Calabria, brulla riserva di allenamento per attraversare praterie ben più floride, ricche e cacciabili.
Un sistema sovraordinato, invisibile e impermeabile di cui la magistratura reggina ha individuato solo alcune pedine che, per quanto straordinariamente importanti al momento di questo primo giudizio, restano comunque solo pedine in una scacchiera in cui re e regine sono ancora coperte.
Un sistema in cui il “Crimine” è cavalier servente rispetto al “riservato” di cui, spesso, non può e non deve conoscere forma, colore, odore e sapore.
Non era mai accaduto prima anche se, chi per mestiere non fa né il requirente né il giudicante ma semplicemente il giornalista senza padroni e padrini, tantomeno nelle procure, sa che la mafia non era, non è e non sarà mai cicoria e formaggio, meloni e apecar. Troppo facile per decenni dipingerla così, troppo conveniente per lo Stato continuare a volerla così, troppo facile per gran parte della magistratura guardare solo ad una faccia della verità.
Per questo – e lo dico in piena coscienza – quello Stato deviato che finora, da Reggio Calabria a Palermo passando inevitabilmente per Roma, ha fatto di tutto per delegittimare il lavoro del pool reggino (procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, pm Stefano Musolino e Walter Ignazzittocon la ferma regia dell’allora capo Federico Cafiero De Raho andato poi a dirigere la Dna), così come ha fatto di tutto per screditare il pool palermitano condotto da Nino Di Matteo, proverà un senso di rivalsa per chi ha permesso questo primo storico risultato. Inquirenti, requirenti, giudicanti e investigatori (straordinario il lavoro del Ros dei Carabinieri). «Ogni verità – ha detto l’11 dicembre 2017 il pm Lombardo, citando l’aforisma del filosofo polacco Arthur Schopenauer– passa attraverso tre fasi: prima viene ridicolizzata; poi è violentemente contestata; infine viene accettata come ovvia».
Un senso di rivalsa e dunque di vendetta di cui, potete starne certi, la parte peggiore dello Stato, collusa e cementata con la parte peggiore della classe dirigente, politica, professionale e giornalistica di questo Paese, si farà parte attiva. Pubblica accusa e magistratura giudicante hanno messo il “re” nudo di fronte alla collettività ma quel “re” nudo e marcio farà di tutto per colpire.
Lo affermo – il tempo, vedrete, il tempo mi darà ragione – guardando non al dito come i tanti cretini che in questi giorni cincischiano sulla sentenza della scorsa settimana ma alla luna, vale a dire alla consapevolezza che ora il sistema criminale integrato ha di essere vulnerabile, attaccabile e condannabile. Giorgio De Stefano – ha spiegato il procuratore aggiunto Lombardo nel corso della requisitoria – è 
«una grande intelligenza criminale, che ovviamente non solo ha saputo negli anni mutuare il suo ruolo con grande oculatezza, ma è riuscito come solo il grande stratega sa fare, a far muovere gli altri. Purtroppo per lui determinate tracce le ha lasciate. E quelle tracce, le ha lasciate nel momento in cui si è sentito più sicuro, nel momento in cui le ricostruzioni che venivano fatte in ambito giudiziario lo rassicuravano molto. Ha abbassato la guardia ad un certo punto, perché ha pensato che la Procura della Repubblica di Reggio Calabria si sarebbe fermata al Crimine di Polsi». 
Ma già allora, una parte della Dda «aveva in mano le tracce di un qualcosa che a Polsi non finiva. Perché a Polsi la ‘ndrangheta inizia, non finisce».
Vallo a spiegare a chi per decenni su Polsi ci ha campato, tra le truppe dello Stato, della politica, della magistratura, del giornalismo senza palle e senza ritegno.
Già, perché, come ben sa proprio la magistratura che davvero serve lo Stato e non da esso trae semplicemente sostegno economico a fine mese, qui siamo solo all’inizio.
Non solo perché il primo grado è pur sempre doverosamente un primo grado ma innanzitutto perché, come accennavo sopra, per quanto importanti e famelici, i pesci di cui stiamo parlando sono pur sempre pesci. Certo, chi fa parte dei De Stefano o ne porta il cognome e per di più fa l’avvocato (avvocato, si ribadisce, non venditore di meloni) ed è già stato condannato in passato, non è un pescetto. E’ uno squalo. Che però, non nuota da solo. Ha fatto, come Totò, tre anni il militare a Cuneo. Ma nel centro addestramento reclute non era il solo.
Ed è lo stesso avvocato Giorgio De Stefano che dà, involontariamente, la giusta chiave di lettura del mondo riservato, invisibile. Intercettato a casa sua e riferendosi al padre («re dei re»), afferma che  «di queste cose non ne ha voluto mai sapere» perché – spiega De Stefano al figlio – erano «buffonate». «Queste cose» sono santini, effigi e immaginette dei rituali di affiliazione.
Già, vaglielo a spiegare ai cultori dei garanti delle regole di ‘ndrangheta, che la ‘ndrangheta è un’altra cosa e che, ormai, non si chiama più nemmeno cosi. Lo amava ricordare anche il boss ‘zu Luni Mancuso: «La ‘ndrangheta non esiste più!…una volta, a Limbadi, a Nicotera, a Rosarno, c’era la ‘ndrangheta!…La ‘ndrangheta fa parte della massoneria…diciamo…è sotto della massoneria, però hanno le stesse regole e le stesse cose…ora non c’è più…ora è rimasta la massoneria e quei quattro storti che ancora credono alla ‘ndrangheta!…una volta era dei benestanti la ‘ndrangheta! Dopo gliel’hanno lasciata ai poveracci, agli zappatori…e hanno fatto la massoneria!…le regole quelle sono! Come ce l’ha la massoneria ce l’ha quella!…perché la vera ‘ndrangheta non è quella che dicono loro… ».
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