20 aprile 2018

Trattativa Appello Mannino, sentito Lipari

di Aaron Pettinari 20 APRILE 2018

Il geometra racconta gli incontri con Ciancimino e Cinà 
“Vito Ciancimino? Mi parlò degli incontri avuti con i Carabinieri mi disse di essere stato contattato dal colonnello Mori e da un altro capitano. Lui pensava si potessero avere agevolazioni processuali”. E’ il geometra Pino Lipari a parlare, sentito come teste mercoledì al processo d’appello sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, nei confronti dell’ex ministro Calogero Mannino, accusato di minaccia a Corpo politico dello Stato. Su sollecitazione dei Pg Sergio Barbiera e Giuseppe Fici il teste ha anche confermato che gli fu detto che quel contatto con gli uomini dell’arma era avvenuto con Borsellino in vita. 

Lipari, già sentito nel procedimento che si svolge con il rito ordinario (domani ci sarà la sentenza, ndr), è stato chiamato a deporre dopo che la Procura generale ha chiesto una parziale rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale citando, oltre all'ex geometra, l'ex presidente della Camera Luciano Violante, il pentito Giovanni Brusca e Massimo Ciancimino, teste e imputato nel troncone principale del processo. 

Un’audizione particolarmente difficile con la memoria del teste che è stata più volte sollecitata dalle parti con delle contestazioni ma anche dal Presidente della Corte, Adriana Piras, e dal giudice a latere, Maria Elena Gamberini. In una di queste contestazioni Lipari ha confermato quanto disse nel verbale del 20 novembre 2002 ovvero che “i cugini Salvo intrattenevano non solo rapporti con Lima ma li tenevano con Ruffini e che era ministro degli Esteri in quei tempi e con Mannino Calogero per le esattorie perché credo che l’origine nasca da quando il Mannino era assessore non so agli enti locali, non so per l’appalto che avevano avuto con Nicolosi e via di seguito”. “Lo conferma?” ha chiesto la Presidente Piras. “Lo confermo” ha risposto il Lipari, per poi aggiungere “Era risaputo che… l’onorevole Mannino non era avvicinabile. Questo era risaputo in Cosa nostra”. 

Ovviamente la difesa Mannino si è concentrata solo sulla seconda parte della frase detta dal “consigliori” di Riina, ma resta anche la conferma data ai pm. Il teste ha anche parlato della conversazione avuta con Antonino Cinà, medico mafioso ritenuto tra i protagonisti della trattativa, in un primo momento riferendo che era avvenuta nel 1993, poi (dopo contestazione) nel 2000. In quel dialogo Cinà gli avrebbe parlato del papello. “C’era Riina che voleva delle modifiche di alcune normative e in cambio non ci sarebbero state stragi. E disse che ho capito che richieste erano impossibili. Gli dissi che era impensabile che a trattare e a condizionare la politica di contrasto alla mafia di un Paese potessero essere stati dei carabinieri, seppure alti in grado”. 

Nel corso dell’audizione Lipari ha anche raccontato che dopo il maxi processo Riina era particolarmente arrabbiato per la sentenza (“Quello che scatenò la reazione negativa in Cosa nostra non furono tanto le condanne quanto la diversità nel trattamento riservata ad alcuni uomini d'onore che ebbero pene minime”) e che con Ciancimino non aveva buoni rapporti (“Una volta dopo che lo accompagnai ad un incontro mi prese per la giacca e mi disse che se lo avessi riportato da Ciancimino avrebbe ucciso me e lui”). Lipari ha anche riferito che Cinà gli confidò che “forse Riina era stato venduto da Ciancimino e Provenzano” e di aver “lasciato alla portineria del ‘maresciallo’ Ciancimino, nella casa in via Sciuti, una busta con dentro le richieste di Cosa nostra”. Il processo è stato rinviato al 26 per la deposizione di Violante.
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