27 giugno 2018

Sequestro dei beni a Pietro Nicola Mazzagatti, di Santa Lucia del Mela (ME) , e le accuse dei pentiti contro il luciese


Il "re" di Santa Lucia del Mela sarebbe legato al clan di Barcellona, è accusato di due delitti ed ha già un sequestro sulle spalle. Ecco chi è Pietro Nicola Mazzagatti secondo la magistratura messinese. 

 di Alessandra Serio Martedì, 26. Giugno 2018 

"Se dobbiamo andare avanti per legge, andiamo avanti per legge, se dobbiamo andare avanti per mafia, andiamo avanti per mafia".

Così Pietro Nicola Mazzagati, l'imprenditore di Santa Lucia del Mela al centro del sequestro di oggi, avrebbe apostrofato una donna per convincerla a rinunciare ad una richiesta di risarcimento per un'auto venduta mal funzionate. La vicenda fu al centro di un processo contro Mazzagatti, inizialmente accusato di tentata estorsione poi di sola violenza privata, infine prescritto. La magistratura di Messina lo racconta nel provvedimento che ha portato al sequestro del suo patrimonio come uno degli esempi del calibro di Mazzagati, il "signore" di Santa Lucia, in tema di ristorazione ma non solo.

L'indagine della Direzione Investigativa Antimafia di Catania, guidata dal vice questore Renato Panvino, si muove su due binari: da un lato i legami tra Mazzagatti e la mafia di Barcellona, così come descritti dai pentiti e come si desumono dal risultato delle precedenti diverse inchieste subite dall'uomo nell'ultimo ventennio. Dall'altro, la differenza non gustificata tra i redditi dichiarati e il patrimonio realmente controllato, se pur attraverso familiari e altri soggetti a lui legati. Una differenza che secondo gli investigatori è dovuta al tentativo di "schermare" la ricchezza frutto di riciclaggio e sottrarre il tutto al pericolo di un nuovo sequestro, dopo quello subito già diversi anni fa e ancora non divenuto definitivo.

Sono così finiti sotto chiave le società Tentazioni Valerie, Galleria d'arte Valerie, la Tentazioni Valerie Group e la Tradizione ed Evoluzione, il fabbricato, il deposito e il gazebo della Galleria d'arte, alcuni terreni intestati ai genitori, il fabbricato di via Dante Alighieri a Santa Lucia e la villa di contrada Pancaldo, la Ducati intestata a Mazzagatti, sei auto - per lo più utilitarie, poi una Tucson e una Mini Cooper - un furgone Ducato e due autocarri, poi beni e conti correnti superiori a mille euro.

Il patrimonio è stato affidato all'avvocato Francesco Ruvolo e il prossimo 11 settembre 2018, alla prima udienza fissata, la Procura chiederà al Tribunale Misure di Prevenzione la conferma del sequestro e quindi la confisca. A lavorare al caso è stato il neo procuratore aggiunto Vito Di Giorgio, sotto il coordinamento del Procuratore Capo Maurizio De Lucia. E' stato Di Giorgio, infatti, a raccogliere le dichiarazioni dei più recenti collaboratori di giustizia barcellonesi.

Sul tavolo del magistrato c'è anche l'informativa dei carabinieri del borgo collinare che si affaccia su Milazzo, che per anni hanno tenuto sott'occhio l'imprenditore del settore catering, accorgendosi anche, tra le altre cose, di come veniva su la sua villa di contrada Pancaldo. E se già in passato i pentiti avevano indicato Mazzagatti legato al clan, più recentemente i fratelli Carmelo e Francesco D'Amico lo chiamano in causa come mandante di un delitto e tra gli esecutori di un altro.

Ci sarebbe Mazzagatti, per i D'Amico, dietro l'esecuzione di Fortunato Ficarra, trucidato proprio dentro il bar Valerie di Santa Lucia, oggi sequestrato. Ficarra, spiega l'ex boss, era un ubriacone violento accusato di molestare le donne e infastidire i clienti di Mazzagatti, che per questo ha chiesto ai barcellonesi di eliminarlo. Non soltanto: quando un cugino della vittima promise vendetta, giurando al ristoratore che gliel' avrebbe fatta pagare, sempre i barcellonesi si attivarono pestandolo a sangue, facendogli così capire che non era il caso di farsi giustizia. E' ancora l'ex boss Carmelo D'Amico, e il suo braccio destro Nunziato Siracusa, a chiamare in causa Mazzagatti una seconda volta, inserendolo nel commando che ha offerto supporto logistico ad un omicidio "storico" per la storia della mafia barcellonese, quella del boss Domenico Tramontana.
PIETRO NICOLA MAZZAGATTI

Tramontana se ne andava in giro nella sua inconfondibile Audi TT Cabrio costantemente scappottata, quella su cui è stato falcidiato a colpi di pistola calibro 9x21 la notte del 4 giugno 2001, sul lungomare di Calderà. A quell'epoca Tramontana "governava" Furnari e in particolare Portorosa, proprio in quegli anni protagonista dell'espansione commerciale e imprenditoriale intorno al porto.

Un altro settore in crescita all'epoca e perciò al centro delle mire dei barcellonesi era quello della movida di Milazzo, e Mimmo Tramontana era il "re" del business locali. Il reale motivo del delitto di un pezzo da '90 come Tramontana ad oggi non è ancora chiaro, i pentiti indicano diversi moventi. Ma su chi lo ha materialmente ucciso e come, gli inquirenti hanno le idee abbastanza chiare. Per questi due episodi Mazzagatti è imputato nell'operazione Gotha VI e attende la sentenza.

Non è definitiva, invece, la condanna dell'operazione Sistema, che lo vede accusato di estorsione ai danni della Cogemar dei Marchetta, l'impresa di costruzione del padre dell'ex presidente del consiglio comunale di Barcellona Maurizio Marchetta, teste di giustizia e oggi anche lui indagato per concorso esterno. E' diventata definitiva, invece - dopo un annullamento con rinvio della Cassazione - la condanna di Mazzagatti per l'estorsione ai danni del commerciante di tappetti Tolujan di Santa Lucia, "reo" di aver tentato di far concorrenza all'imprenditore luciese nel settore del catering. [link]
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