6 agosto 2018

L'INCHIESTA. “TERZO LIVELLO”: "PERGOLIZZI , (l'imprenditore di Milazzo), ERA “IL PIU’ MAFIOSO DEI MAFIOSI”


6 agosto 2018

C’è una intercettazione, all’interno dell’ordinanza firmata dal gip Leanza, in cui si comprende come la caratura criminale dell’imprenditore Pergolizzi fosse cosa ben nota a Francesco Clemente che conversando con una collaboratrice definisce Pergolizzi “più mafioso del miglior mafioso”.
Mimma: “Ma insomma è mafioso oppure no?”, Clemente: “E’ più…”, Mimma: “Di mentalità si…”, Clemente: “più… più articolato il ragionamento… non è mafioso in senso che lui ha campato con la mafia…”; Mimma: “No… ma di natura si…”, Clemente: “Secondo me si, pure più (ndr ride) del miglior mafioso che esiste al mondo, lui non lo so che cazzo gli è successo a questo cristiano (ndr Pergolizzi) secondo me lui si è affascinato a questo mondo, lui, hai capito”. 

Operazione Terzo Livello, rigettata la richiesta di scarcerazione dell’imprenditore milazzese Enzo Pergolizzi 
Rimane in carcere l’imprenditore milazzese Enzo Pergolizzi coinvolto nell’operazione “Terzo livello” che nei giorni scorsi ha portato la Dia ad eseguire tredici misure cautelari emesse dal tribunale di Messina. Dopo l’interrogatorio di garanzia che si è tenuto stamattina il gip Tiziana Leanza ha rigettato le richieste presentate dai legali che difendono Pergolizzi i quali chiedevano in primis la revoca della misura cautelare o, comunque, l’affievolimento della pena con l’applicazione dell’obbligo di firma o dei domiciliari. Durante l’interrogatorio, Pergolizzi ha risposto nel dettaglio a tutte le domande chiarendo, dal suo punto di vista, le due vicende principali che lo vedono coinvolto nell’ambito dell’inchiesta. 

Ad avvalersi della facoltà di non rispondere gli altri indagati del filone milazzese: le figlie Sonia e Stefania (il gip ha confermato nel pomeriggio i domiciliari per Sonia Pergolizzi), Michele Adige (marito di Sonia); Carmelo Cordaro; e Vincenza Merlino. 

Tutti si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. 

L’imprenditore, stando a quanto ricostruito dai magistrati della Dda di Messina, tra il 2015 e il 2016 aveva messo gli occhi su un terreno situato a Messina tra le vie Felice Bisazza e San Sebastiano. Appezzamento su cui avrebbe voluto costruire. L’area, di proprietà di privati, era adiacente a due spazi appartenenti al Comune, terreni che Pergolizzi avrebbe voluto acquisire. Per farlo c’era bisogno di spendere 77mila euro, ma soprattutto di ottenerne la «sdemanializzazione». L’iter, avviato oltre cinque anni prima, sembra però essersi arenato o forse addirittura mai partito. 
Francesco Clemente 
Emilia Barrile

È qui che sarebbe entrata in gioco l’ex presidente del consiglio Emilia Barrile, protagonista principale dell’inchiesta. La presidente del Consiglio – contattata da Francesco Clemente (anche lui arrestato nell’operazione Terzo livello), ex dirigente comunale a Milazzo durante l’amministrazione del sindaco Lorenzo Italiano e da aprile a giugno assessore a Pace del Mela con l’aministrazione di Pippo Sciotto – avrebbe dimostrato sin da subito la propria volontà di agevolare gli interessi dell’imprenditore. Per farlo avrebbe alternato incontri con i dirigenti, solleciti e promesse di interventi in prima persona. Alla fine, il via libera alla sdemanializzazione arriva. E l’impegno di Barrile, secondo i pm, si sposta sulle autorizzazioni necessarie alla costruzione degli immobili voluti da Pergolizzi, che, dal canto suo, fa presente di volere trovare il modo per realizzare un piano in più rispetto a quanto previsto dal progetto. L’assiduità con cui tutte le parti in causa si interessano alla causa non basta però a portare a compimento il disegno, che fallisce per divergenze di carattere economico con la famiglia proprietaria dell’immobile. Tale epilogo, secondo i magistrati, avrebbe fatto sfumare per Barrile la possibilità di ottenere dei vantaggi diretti. La seconda ipotesi di reato è legata ad attività svolte da Pergolizzi per eludere il fisco trasferendo beni alle figlie e a presunti prestanome. Tutti gli indagati “milazzesi” sono difesi dagli avvocati Enzo Isgrò, Alberto Gullino e Pinuccio Calabrò (Merlino).

“TERZO LIVELLO”: I GUAI GIUDIZIARI DEL COSTRUTTORE PERGOLIZZI 

di Leonardo Orlando 
Il boss Pippo Gullotti

Il noto costruttore edile di Milazzo, Vincenzo “Enzo” Pergolizzi, da sempre considerato amico del boss Pippo Gullotti, già il 5 dicembre del 1999, era stato arrestato su richiesta della Dda, quale unico indagato per concorso in associazione mafiosa, per poi essere assolto il 25 giugno del 2008, dopo un procedimento durato più di 9 anni, dai giudici del Tribunale di Barcellona. All’epoca, in aula, non era stata raggiunta la prova della sua colpevolezza nonostante le accuse mosse da un esercito di pentiti che avevano reso dichiarazioni attraverso le quali si fornivano elementi utili a collegare l’imprenditore milazzese, con notevoli interessi nel campo delle costruzioni edili oltre che a Milazzo a Messina, con esponenti di primo piano della criminalità catanese, messinese e barcellonese. 

VINCENZO PERGOLIZZI
Per un secondo reato di favoreggiamento della latitanza di due boss catanesi, Turi Cappello e Nino Pace, del clan “Cappello – Pillera”, a cui l’imprenditore – secondo l’originaria accusa – avrebbe assicurato nel 1989 – nella fase in cui i due erano attivamente ricercati dalla polizia – ospitalità in una sua casa messa a disposizione dei fuggitivi nell’hinterland di Milazzo, il collegio presieduto dal giudice Donica Mandalà, qualificando l’episodio come reato previsto e punito dall’art. 418 del codice penale (assistenza e ospitalità a latitanti), aveva dichiarato la prescrizione del reato. L’allora sostituto procuratore della Dda Rosa Raffa, lo stesso magistrato che aveva svolto le indagini sul costruttore, forte delle dichiarazioni dei pentiti giudicate tutte concordanti, aveva invece chiesto la condanna di Vincenzo Pergolizzi, alla pena di complessivi 6 anni di reclusione. 

Per l’accusa di allora l’imprenditore milazzese avrebbe intrattenuto rapporti esclusivi con il clan catanese dei “Cappello – Pillera”, con l’organizzazione della famiglia dei Barcellonese che aveva e continua ad avere notevoli influenze su Milazzo capeggiata all’epoca dal boss Giuseppe Gullotti. Oltre ai potenti clan catanesi e barcellonesi, Vincenzo Pergolizzi, non avrebbe disdegnato saldi rapporti con Mario Marchese (per aiutare il quale fu anche condannato negli anni 80 per favoreggiamento) e soprattutto con Luigi Sparacio. A quest’ultimo avrebbe fatto avere persino una casa nel milazzese che sarebbe stata pagata solo pochi spiccioli. Fatti che secondo l’accusa si sarebbero verificati – secondo l’accusa delle Dda – in un arco di tempo decennale, tra il 1982 e il 1992 e dai quali è stato assolto. I suo legali, avv. Pinuccio Calabrò e Alberto Gullino, avevano sottolineato le contraddizioni del collaboratore di giustizia Luigi Sparacio, uno dei principali accusatori di Pergolizzi, e le azioni – anche di tipo estorsivo – messe in atto dal pentito Santi Timpani. Timpani infatti, nell’agosto del 2005, è stato scoperto mentre tentava di estorcere denaro – aveva chiesto dal carcere 25 mila euro tramite un emissario in cambio del suo silenzio – a Vincenzo Pergolizzi. 

Gazzetta del Sud
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